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2) Sferrare una gomitata al volto di un avversario davanti ad arbitro e guardalinee in uno stadio bolgia come il Balaidos in cui ti giochi la qualificazione e la tua squadra è già in 10. Dopo essere stato espulso, passeggiare con noncuranza all’interno della suddetta bolgia, dopo essersi tolto le scarpe, utilizzando le mani per accarrezzarsi dolcemente il pacco. Il tutto col sorriso sulle labbra.

3) Attentare alla carriera di Totti con un impressionante calcione da dietro, unico modo per uscire dignitosamente da un 4 0 rimediato all’Olimpico.

4) Stabilire il record di espulsioni in una stagione calcistica.

Queste le cose invece da non fare, se vuoi essere considerato un duro, e non un Materazzi qualsiasi, e che Paolo effettivamente non ha mai fatto:

1) Piangere. Mai. Lamentarsi. Mai. Dare la colpa all’arbitro, all’allenatore, al terzino, ai giornalisti. Mai. Sapeva incassare, Paolo, e spesso gli toccava. Brutta nomea si era fatto. Il più duro di una squadra di duri. Il cattivo Montero, lo spietato conducator della difesa bianconera, quello che per vincere avrebbe fatto tutto. Montero il picchiatore. Sui giornali ne scrivevano di tutti i colori su di lui, gli arbitri leggevano e nei suoi confronti avevano una certa prevenzione. Dicono: con la Juve i cartellini rimanevano in tasca. Vallo a dire a Montero. Quando la combinava grossa, come spiegato sopra, Paolo non piangeva, non andava a dire che i giornalisti erano cattivi, che gli arbitri sbagliavano, che il centravanti gli aveva dato una gomitata. No, lui con gli arbitri ci parlava poco, coi giornalisti ancora meno. Quando andava in sala stampa, era un titolo assicurato però. Parlava schietto, senza vittimismi, ma senza mandarle a dire.

Un duro le da, le prende. Non piange mai.

Un duro dice la verità, che però non è la prima cazzata che ti passa per la testa.

Un duro si prende le responsabilità di quello che fa e dice.

2) Gli amici, i compagni, la squadra: mai tradirli. Paolo era amico di alcuni ultras del Torino, amicizia mai rinnegata nemmeno nei momenti più difficili. La squadra torna da Atene, dopo un’infausta sconfitta contro il Panathinaikos, che è valsa l’eliminazione anzitempo dalla Champions. E’ la Juve di Ancelotti, e di quei matti di Zidane e Davids, che si fanno entrambi espellere nella partita precedente con l’Amburgo, di fatto pregiudicando una qualificazione più che probabile. Alcuni esagitati della curva juventina si presentano all’aereoporto di Caselle: ce l’hanno con Zizou e il Pitbull, ma anche con Montero “amico dei granata”. “Ti veniamo a prendere al Filadelfia” gli dicono. “Non vi preoccupate” gli risponde “vi do l’indirizzo di casa mia, venitemi a trovare”. Poi, nonostante l’inferiorità numerica, dà manforte a Edgar, uno che passa ai fatti piuttosto rapidamente.

Davids e Zidane, i due talenti assoluti di quella squadra. Gli vogliono bene, lo invitano ai loro overtime, spettacolo di tecnica calcistica in cui i due si sfidano, finito l’allenamento. Montero racconta di quei fine pomeriggio a deliziarsi gli occhi osservando le magie dei due. Avendo bene in testa che lui era un gregario, ma importante quanto loro. E anche gli altri lo sapevano. La leadership di Montero era riconosciuta, si leggeva negli occhi dei suoi compagni di reparto e di squadra. Iuliano, Tudor, Birindelli: non era soltanto la vicinanza di Montero a farli rendere sopra le loro possibilità, ma il carisma che infondeva, la voglia di lottare, lo spirito di squadra. Con qualcuno di loro, come Iuliano e Tudor, era amico per la pelle. In campo e fuori. Fino a farsi beccare come frequentatori del Viva Lain, casa di tolleranza mascherata da centro massaggi. “Sono scapolo”, la risposta di Paolo ai pruriti moralisti dei giornalisti.

La Juve la ama, Paolo. Prima di lei ha conosciuto solo l’Atalanta. Dopo di lei, nessuna. Tornerà in Sud America, al San Lorenzo, perchè di squadra in Italia c’è solo la Juve, nonostante Capello, come di consueto, non abbondi in sensibilità, e lo releghi costantemente in panchina nel suo ultimo anno in bianconero, facendogli vedere il campo ben poche volte. Paolo non fa polemiche, non le ha mai fatte. Si sente di troppo e fa i bagagli, per tornare a casa.

Tornerà circa un anno dopo. Stanno mandando la Juve in B. E il suo amico Gianluca Pessotto è in fin di vita all’ospedale dopo aver tentato il suicidio. Lui si presenta a Torino e veglia l’amico notte e giorno per settimane, senza concedersi ai giornalisti, perchè è giusto che sia così. In Italia scoprono che Montero ha un cuore. Alla Juve se ne stupiscono in pochi: hanno sempre conosciuto la sua lealtà.

3) Un duro non fa la caricatura del duro. Non fa le pubblicità in cui spacca muri, calcia palloni infuocati, mastica chewing gum con lo sguardo indurito. Paolo era un giocatore premoderno, precommerciale, tutto sostanza e campo. Fuori niente, non esiste, non è un personaggio. Non deve incarnare presunti valori morali, non deve posare da modello, non deve farsi intervistare da Mentana, non deve raccontare turbe infantili per farsi perdonare. Lui è fatto così. Va al Viva Lain, esce con gli amici, è straordinariamente generoso con loro.

Come giocava Montero? Lui si schernisce, dice che di Montero ne nasce uno ogni anno. Non è vero. Conosceva il tempo di entrata come pochi, fenomenale nell’anticipo, veloce in chiusura, senso della posizione unico. Aveva i piedi buoni. L’azione partiva da lui, faceva girare con il sinistro con sicurezza e tranquillità. Non era un mostro fisicamente: altezza sotto la media del classico difensore, fisico non prorompente, non particolarmente dotato nell’elevazione. Suppliva con le doti di cui sopra.

Ma sopratutto con il carisma, con la cattiveria agonistica, con lo spirito di unione. Si incastonava perfettamente tra i Ferrara, i Pessotto, i Torricelli e tutti quelli che sono venuti dopo. Guidava lui e combatteva come un generale che ama i propri soldati. Ma sapeva obbedire.

Manchester. Finale di Champions League: Juventus Milan. Marcello Lippi lo schiera terzino sinistro, in un arzigogolato e confusionario tentativo di arginare la perdita di Nedved con uno spostamento di uomini. Montero non fa una grinza e, naturalmente, gioca la peggiore partita della sua carriera. Non è un terzino, è già avanti con l’età, e da quelle parti transita il miglior Shevchenko. La barca non affonda però. Forse per miracolo, forse perchè gente come Montero lotta anche se c’è da farsi umiliare.

Mi piace raccontare questa partita, la sua peggiore, come simbolo della sua carriera. Montero non se ne lamentò. Non cercò giustificazioni. Si fece quasi umiliare per il bene della Juventus.

Questo era Paolo Montero. Uno che buono non lo era certo, ma che per la Juve ha fatto parecchio.

Non era Scirea. Non era così forte, così elegante, così signore. Gaetano era irreprensibile. Paolo uno caliente, incazzoso. Una cosa avevano in comune: erano persone serie e leali.

Qualcuno dal passaggio da Scirea a Montero vede il passaggio dallo stile Juve all’ostile Juve. Come con Boniperti e Moggi, Platini e Zidane. Non lo so: io credo che lo stile si declini secondo il periodo. Era il calcio di 90 minuto, quello delle tre coppe, come piace ricordare a Emilio Cambiaghi, e questo il calcio business, della pay tv e di una ciclopica Champions League. Tempi diversi, uomini diversi. Certo, gli scudetti nemmeno allora si vincevano con gli Ave Maria. Ma il calcio che ha attraversato Montero, e con lui Moggi e Zidane, aveva bisogno di uomini duri. E, continuità dello stile, persone serie.

Nota: da leggere anche l’intervista rilasciata da Paolo Montero a Roberto Beccantini, per La Stampa, “Capisco Gerrard, io mi picchiavo con i tifosi viola”
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