ugg stivali prezzo la lunga lotta per le collezioni scontate

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Novembre a Milano: per molti, una lunga e noiosa attesa prima dell’agognato periodo natalizio, per pochi eletti, invece, un’estenuante maratona per accaparrarsi l’outfit da sogno con sconti da capogiro. Il mondo delle press sales, o sample sales, note anche come svendite per la stampa, è appannaggio di uno zoccolo duro di fedelissime disposte a sopportare file infinite, gomitate nello stomaco e trasbordi da un capo all’altro della città pur di riuscire a ottenere borse, scarpe e abiti dei loro fashion brand preferiti con quell’80% in meno sul prezzo di listino che sarebbe impensabile durante i normali saldi riservati ai comuni mortali.

Andiamo con ordine: nate come un’iniziativa riservata esclusivamente a giornalisti di riviste di moda e dipendenti a cui viene spesso dedicato un giorno ad hoc con ingresso nominale negli anni le svendite hanno aperto anche a quelli che in gergo vengono chiamati “family and friends”, ossia completi sconosciuti che non hanno la fortuna di rientrare nelle suddette categorie, ma che grazie alla giusta soffiata riescono a sapere con un po’ di anticipo dove e quando il marchio che da anni venerano darà loro la possibilità di entrare a far parte della cerchia di eletti. I mesi “caldi” sono novembre per le collezioni invernali e maggio per quelle estive: basta solo avere un’amica disposta a invitarti al gruppo chiuso di Facebook dove vengono via via postati gli inviti, e il gioco è fatto.

Sono stata ammessa a questo gotha non molte settimane fa, in un momento particolare della mia vita in cui purtroppo o per fortuna ho un sacco di tempo libero da impegnare con attività futili, e da fashionista virtuosa ho approcciato la sfida che mi è stata lanciata con precisione chirurgica, avvalendomi anche di consigli rubati ad avventrici molto più esperte di me, mentre rovistavamo tra maglioni di cachemire in offerta.

Il timing è tutto: una volta in cui viene condiviso l’invito, le adepte consigliano di recarsi in showroom o il giorno di apertura, meglio se al mattino, o quello di chiusura, “perché sai, poi riassortiscono e devono cercare di vendere il più possibile”, mi ha confidato l’annoiata moglie di un avvocato un giorno mentre eravamo in coda, aggiungendo poi di non pagare mai il totale con un’unica carta di credito, ma di suddividerlo scientificamente su due carte e un bancomat, “così mio marito si distrae”, mi spiega. Perché uno degli aspetti a livello sociologico più interessanti dell’esperienza è appunto l’affluenza in quello che sarebbe un normale orario d’ufficio di orde di donne in grado di rimanere pomeriggi interi chiuse dentro una stanza a provarsi tutto ciò che trovano della propria taglia: la disoccupazione o la crisi non sembrano affliggere l’universo delle sample sales, e il pensiero che ti ronza per la testa “ma che cosa farà tutta questa gente per vivere?” viene scalciato via non appena varchi l’ingresso e ti trasformi nella versione modaiola di Alice, non più nel paese delle meraviglie, ma in quello del ribasso.

Arrivate dentro, vige la regola darwiniana secondo cui è il più forte a sopravvivere: fair play, indecisioni e cortesia, oltre a non avere alcun futuro, potrebbero costarti la gonna che vedevi fotografata su Vogue, oggetto di sogni tra il feticista e l’erotico, che vale molto più di qualche spinta. Dopo le fashion blogger non abbastanza famose da meritarsi il pass vip, e quindi irrimediabilmente frustrate perché a quanto pare di insalate bionde ce ne può essere una sola, le più malefiche sono le mamme che volutamente entrano col passeggino o peggio con la carrozzina: abbandonate i buoni sentimenti, questo non è amore genitoriale, ma piuttosto volontà ferrea di ostruire il passaggio, così da guadagnare un intero stand da visionare in santa pace e permettersi il lusso di avere un range di almeno due lunghi minuti per valutare l’acquisto. Ma torniamo alle fashion blogger, creature ultraterrene convinte che fare shopping sia, oltre che una missione divina, un lavoro; le riconoscete perché puntano soprattutto agli accessori e per il look improbabile, della serie ho messo le prime cose che ho trovato ma va bene tanto ho stile: mai, e dico mai, interferire con la loro traiettoria, potreste rimetterci la vita. Io ho rischiato di lasciarci un dito durante la svendita di una famosa stilista britannica, azzardandomi a provare un anello distrattamente appoggiato su un tavolo: quando si è levato l’urlo che ha scosso lo showroom, ho capito che la questione era molto più delicata di quanto avessi creduto, eravamo Frodo contro Sméagol, e l’anello doveva essere portato in salvo a qualunque costo, anche se questo significava strapparmelo di dosso con la forza biascicando senza troppa vergona “il mio tesoro”. Chi prima arriva meglio alloggia quindi, e anche se questo significa dover fare sollevamento pesi,
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meglio raccattare quanta più roba possibile e filare dritto nella zona adibita a camerino di prova.

Che poi, chiamarli “camerini” è un’esagerazione. Se va bene, si tratta di bugigattoli microscopici tipo box doccia con una tenda o un paravento di fortuna che ti separa dalla massa, ma bisogna comunque adattarsi ad ogni evenienza: oggi ad esempio mi sono cambiata in un bagno, la settimana scorsa nello stanzino delle scope, sempre senza fare un plissé. Capita anche e non raramente di essere invitate a entrare in uno stanzone comunitario dove lo spazio è condiviso con le tue avversarie, e qui sì che ogni leggerezza viene punita. Vietato perdere di vista ciò che ti eri provata e avevi abbandonato su una sedia, tempo neanche un minuto e non lo trovi più; vietatissima la confidenza, quando diedi retta a un “mmmm, secondo me quel vestito non ti cade bene sui fianchi”, vidi poi il vestito in questione finire sotto il braccio della mia infida consigliera in tempo zero. L’imperativo in particolare quando si è in gruppo è l’auto giustificazione e l’argomentazione probatoria: “che cosa ne dici di questo cappotto?” “bah, non so ne hai già molti, e comunque costa 250, insomma, se poi conti che hai già preso due abiti, un paio di scarpe” “hai ragione, ma mi risolve QUEL problema che sai che ho con QUELLA gonna, hai presente?” “ah, già, è vero” “e poi insomma, in negozio verrebbe più di 1.000, un’occasione del genere non mi capita più”. Pronunciare la frase in questione significa essere passate al lato oscuro della forza, perché di fronte a un’evidenza simile non c’è nulla che tenga, nemmeno l’ipotesi di un rosso in banca riesce a placare il desiderio bulimico di avere accesso al lusso più sfrenato con cifre da H quel punto, vale tutto, dal strizzarsi in una taglia 40 consapevoli di essere una 44 “Guarda, non me ne frega niente, lo porto dalla sarta e in qualche modo lo faccio allargare” , alla creazione di ipotetici outfit futuri “Beh, questo lo posso di sicuro mettere al matrimonio di Francesca” “Ah maddai, si sposa?” “No, non ancora, ma sono molto innamorati” , fino a falsi slanci di generosità “Se poi vedo che non lo metto, lo do alla filippina che viene a pulirmi casa”.

Uscite indenni dal temibile trittico fila scelta prova, il peggio è quasi passato; stremate ci si avvicina finalmente alla cassa, salvo scoprire maledizione che il pagamento va effettuato solo in contanti. Così, giusto per renderci le cose più difficili e farci rendere conto soldi alla mano a quanto ammonta il nostro personale peccato. L’ansia con cui si chiede alla commessa di turno di “tenere da parte la mia roba” tocca vette inaspettate e il tragitto bancomat showroom è un’esercitazione da centometristi che manco Carl Lewis, ma alla fine sembra che ogni possibile imprevisto sia stato scongiurato. O quasi. Un paio di settimane fa, mentre aspettavo religiosamente il mio turno con le banconote strette nel mio pungo un po’ sudato, vengo avvicinata da un’elegante signora con due telefoni in una mano che squillano all’impazzata e un paio di stivali nell’altra, che disperata mi racconta di dover andare a prendere il figlio a judo, di essere in un mega ritardo e di non poter attendere ulteriormente in coda: “queste scarpe, tu non puoi immaginare quanto le ho cercate, davvero non immagini e adesso le ho trovate, e costano pure un terzo, come faccio a lasciarle qui?”. Già, come fare? Il derby del cuore tra figlio e stivali deve comunque finire in pareggio, per cui la sua proposta era di darmi i soldi e adempiere i suoi doveri di madre, mentre la sottoscritta avrebbe svolto le mansioni di un maggiordomo, recapitandole gli acquisti “da Cova, così magari ti offro un caffè, eh?”
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