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Il dialogo si svolge in casa di Callicle, che ospita il sofista Gorgia di Leontini e il suo discepolo Polo, in un momento posteriore al 407 (Socrate allude alla sua esperienza di pritania dicendo che ?avvenuta l’anno precedente). Callicle, che svolge una parte rilevante nel dialogo, ?probabilmente un personaggio inventato dalla fantasia di Platone per rappresentare, per cos?dire, l’acclimatazione dell’etica aristocratica alla democrazia.

Il Gorgia ?un passo importante nella maturazione del pensiero di Platone: l’ enchos e alcune tesi socratiche convivono con la critica filosofica alla democrazia e con l’accenno a miti e temi metafisico morali destinati a venir sviluppati nelle successive opere della maturit?

Gorgia , che si vantava di saper rispondere a qualsiasi domanda, ?reduce da una fortunata esibizione pubblica. Socrate gli pone un quesito analogo a quello cui aveva messo di fronte Protagora : “chi sei?”, cio?”che cosa insegni?”

Polo, ambizioso allievo del sofista, si offre di rispondere in sua vece: gli uomini hanno molte technai, apprese dall’esperienza. L’esperienza fa s?che la nostra vita proceda secondo una regola (kata technen) e non a caso (kata tychen ). Gorgia ?il migliore, perch?possiede la techne pi?bella. [448c]

La tesi di Polo ha una componente epistemologica: l’idea che la techne, intesa nel senso di conoscenza indirizzata alla pratica, derivi esclusivamente dall’esperienza. Socrate osserva che il giovane sofista ha imparato la retorica, ma non il dialeghesthai, cio?l’arte del dialogo come argomentazione finalizzata alla verit? si ?lanciato in una lode della retorica, ma non ha detto che cos’? Ha fatto un discorso propagandistico, mentre Socrate chiedeva una definizione che spiegasse quale fosse il contenuto caratterizzante dell’insegnamento di Gorgia. [448d]

Interviene Gorgia , che accetta di discutere con Socrate usando la brachilogia, l’argomentazione breve, che rende possibile l’interlocuzione, in luogo della macrologia: un abile sofista sa padroneggiare entrambe le tecniche. La retorica spiega Gorgia interrogato da Socrate ?una techne, come la tessitura, la medicina, la ginnastica, la musica. Tutte le technai producono discorsi persuasivi nel rispettivo ambito di competenza e hanno ad oggetto dei beni.

Le technai manuali si risolvono nel lavoro, quelle discorsive hanno la loro azione e ratificazione nei discorsi. In particolare, la retorica si occupa di produrre discorsi persuasivi nelle assemblee politiche e nei tribunali: il suo oggetto ?il giusto e l’ingiusto. E’ una techne che conferisce grande potere a chi la domina, perch?un discorso persuasivo pu?sopravanzare, nelle pubbliche assemblee, le argomentazioni di esperti in altri rami del sapere. [ 449d ss.]

Socrate induce Gorgia a distinguere fra il memathekenai e il pepisteukenai, ossia fra il sapere che segue all’ avere imparato e la convinzione che segue all’ essere stati persuasi. [ 454c ss]. Sia chi ha imparato, e dunque sa, sia chi ?stato convinto, e dunque nutre una credenza, ?persuaso di ci?che gli ?stato messo in mente: ma mentre pu?esserci una persuasione ( pistis ) vera e una persuasione falsa, non pu?esservi una scienza ( episteme ) falsa.

La retorica, che mira alla persuasione e non all’insegnamento, suggerisce soltanto delle credenze, e funziona soprattutto davanti a un pubblico di ignoranti un pubblico cui non viene trasmesso nulla, ma ?semplicemente manipolato.

Gorgia sottolinea che se della retorica viene fatto un uso ingiusto, la responsabilit?di questo uso non dipende da chi l’ha insegnata, ma dall’allievo che la impiega cos? In altri termini, l’arte del sofista ?uno strumento moralmente neutro, una tecnica nel senso moderno della parola, il cui significato assiologico dipende dall’uso che se ne fa.

Socrate replica che, stando cos?le cose, il retore non ?esperto neppure sull’oggetto del suo discorso, il giusto e l’ingiusto, e conosce solo l’arte di persuadere gli ignoranti,
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cio?di sembrare sapiente fra gli incompetenti. Gorgia , cadendo in contraddizione con quanto detto prima, risponde affermando che la retorica comporta anche la conoscenza di ci?che ?giusto. [460c d] La distinzione socratica fra il sapere che segue l’aver imparato e la persuasione che segue all’essere convinto potrebbe incorrere nel sospetto di essere una distinzione meramente retorica: chi ci assicura che l’insegnamento non sia una forma scaltrita di persuasione? Anche i sofisti con cui Socrate si confronta hanno la pretesa di insegnare qualcosa; le domande con cui Socrate li incalza suggeriscono il dubbio che la sofistica non abbia nulla da trasmettere, ma si riduca al marketing di se stessa. Gorgia stesso, di fronte a questo dubbio, preferisce cadere in contraddizione, affermando che la retorica ha qualcosa da insegnare sul giusto e sull’ingiusto.

Socrate ?davvero diverso dai sofisti? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo scoprire, nell’argomentazione di Socrate , qualcosa che la distingua dalla retorica sofistica. E questo compito ?difficile, perch?Socrate conosce ed usa le tecniche argomentative dei suoi avversari. (458a)

Lo spessore semantico del sostantivo greco enchos e del corrispondente verbo elencho comprende non solo la nostra “confutazione”, ma anche il venire riconosciuti colpevoli, e l’essere svergognati (in Omero). L’ elenchos, in altri termini, non ?una riprovazione puramente cognitiva, ma comporta una esperienza umiliante. Un sofista o un politico pubblicamente confutati avrebbero fatto una brutta figura, e avrebbero perso mercato o potere. Stando cos?le cose, ?bizzarro e paradossale che Socrate veda nell’ enchos una esperienza salutare e benefica, tanto da render preferibile il venir confutati al confutare; ed ?analogamente bizzarra la convinzione socratica che subire ingiustizia sia meglio che commetterla. Ma proprio simili convinzioni distinguono l’ atteggiamento di Socrate da quello dei sofisti: Socrate pu?avere la certezza di “insegnare” perch?egli stesso si espone alla confutazione e, non facendosi pagare, rifiuta la competizione della politica e del mercato. La differenza prima fra stile socratico e stile sofistico non ?solo logica ed epistemologica non riguarda solo gli strumenti argomentativi ma ha anche a che vedere con un orientamento e un interesse etico, preliminari allo sviluppo dei suoi ragionamenti: ?per un interesse etico che Socrate mette alla prova se stesso e gli altri in una confutazione che ?allo stesso tempo una esperienza di purificazione personale.

Polo sfrutta l’imbarazzo del maestro come occasione per rifarsi avanti: Gorgia si ?vergognato di ammettere che la retorica ?una tecnica indipendente da ogni controllo assiologico, e Socrate ne ha approfittato per farlo cadere in contraddizione. Ma come se la caverebbe Socrate, se fosse investito del compito di rispondere?

Socrate accetta la sfida, e si impegna a sostenere la tesi che la retorica l’arte di argomentare in pubblico non ?una vera e propria techne, perch?non ha ad oggetto un bene umano; ? piuttosto, una forma di kolakeia, cio?di adulazione e di seduzione. Non avendo un progetto, essa si basa solo sull’esperienza, come del resto aveva detto Polo all’inizio del dialogo. Il rapporto fra la retorica e l’amministrazione della giustizia, intesa come una techne, ?paragonabile a quello fra la cucina e la medicina: un bravo cuoco, in base alla sua esperienza, pu?certo cucinare cibi gradevoli al palato, ma solo un buon medico, che ha in mente un ideale di salute fisica, sa dire quale sia la dieta pi?sana. [463b ss] Per questo motivo, non si pu?sostenere che sia sufficiente l’esperienza a fare una techne: occorre anche una conoscenza dei fini cui ?indirizzata l’azione. Questa conoscenza non pu?derivare solo dall’esperienza, perch?richiede un giudizio sui fini in base ai quali facciamo i nostri progetti.

Polo replica dicendo che retori e tiranni hanno un grande potere nella citt? perch?possono far bandire o mettere a morte chi vogliono. Una tesi di questo genere presuppone la convinzione che la retorica, se intesa come tecnica agnostica rispetto alla natura e al valore dei fini per i quali viene impiegata, accresca il potere delle persone che la dominano. Imparare una tecnica mettendo fra parentesi il problema della moralit?dei suoi fini conduce a padroneggiare degli strumenti che ci sarebbero preclusi se avessimo scupoli di natura etica. Il nostro arbitrio, in questo modo, avr?possibilit?pi?ampie di realizzazione. [466a ss]

Socrate , che pensa che una vera techne includa la consapevolezza e la valutazione dei suoi fini, deve dimostrare che i retori e i tiranni non hanno le potenzialit?loro attribuite, perch?non hanno la consapevolezza e la capacit?di valutare gli scopi per i quali agiscono. Essi non fanno ci?che desiderano, ma ci?che sembra loro opportuno. E le due cose non sono necessariamente identiche.

Gli uomini agiscono per degli scopi, che devono essere dei beni per loro: ad esempio, chi beve una medicina amara,
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lo fa in vista di un bene, la sua salute. Le azioni che compiono per ottenere questi beni sembrano loro buone. Ma una azione che sembra buona, cio?in grado di realizzare il bene cui ?finalizzata, pu?non essere l’azione pi?adatta per conseguire il bene che l’agente si prefigge. In questo caso, l’agente fa ci?che gli sembra bene, ma non fa ci?che desidera. Usando una distinzione prodotta dalla filosofia analitica (E. Anscombe), possiamo dire che, in questo caso, l’ oggetto reale della sua azione non si identifica con il suo oggetto inteso. Ci?che l’azione effettivamente realizza ?diverso da ci?che l’agente aveva in mente di ottenere. Questo avviene quando un agente, pur avendo il potere di agire, manca di conoscenza sulla vera natura della sua azione.

Facciamo un esempio: l’oracolo annuncia a Edipo che uccider?sua padre e sposer?sua madre. Edipo, essendo convinto che i suoi genitori adottivi di Corinto siano i suoi genitori naturali, fugge a Tebe per sottrarsi alla profezia. Qui comincia a desiderare di sposare la vedova del re, Giocasta. Questo ?l’oggetto inteso della sua azione, ci?che gli sembra bene. Edipo, tuttavia, non sa che Giocasta ?sua madre; ignora, pertanto, che l’oggetto reale del suo desiderio ?proprio ci?che sta cercando di evitare, e cio?il matrimonio con sua madre. Edipo fa quello che gli sembra bene, ma non quello che desidera, a causa della sua ignoranza. Se ci manca la conoscenza, non basta il potere, per realizzare quello che vogliamo. Quando Socrate afferma che il potere senza conoscenza non ha nessun valore, non sta parlando di una conoscenza semplicemente tecnica, ma della conoscenza del bene, che permette di discernere il giusto dall’ingiusto. Egli ha di fronte un interlocutore, Polo, il quale pensa che la retorica, svincolata dall’etica, possa migliorare il benessere di chi se ne vale senza farsi scrupoli. Il poter fare ci?che sembra dei retori e dei tiranni ?qualcosa di invidiabile. E a questo interlocutore deve dimostrare che l’ingiustizia, e non l’impotenza, ?il male supremo:

Il supremo male, il male peggiore che possa capitare, ?commettere ingiustizia.

Non vorrei n?patirla n?commetterla, ma, fra le due, se fossi costretto a scegliere, preferirei piuttosto patire che commettere ingiustizia. [469b c]

Socrate conduce Polo a riconoscere che il vero potere non ?semplicemente fare ci?che si vuole, ma riuscire a trarne vantaggio. Il giovane sofista, allora, gli adduce come esempio di felicit?(eudaimonia) un usurpatore e tiranno di successo, il despota macedone Archelao figlio di Perdicca. Come prova della sua tesi presenta il consenso della maggioranza. Socrate , per? non accetta questa prova come valida: il ridicolo e l’appello ad una opinione condivisa dai pi?sono solo surrogati di confutazione surrogati tanto pi?sospetti in quanto offerti da un sofista, che fino a un momento fa si era vantato di saper manipolare le assemblee con la propria retorica i quali non hanno nessun valore in una argomentazione ad veritatem. [471d ss]

Socrate si propone di dimostrare a Polo, con il metodo elenctico, che non ?possibile essere nello stesso tempo adikos (ingiusto) ed eudaimon (felice). L’opinione da cui prende avvio l’ enchos ?la tesi di Polo secondo cui subire ingiustizia ?peggiore (kakion) che commetterla; ma commettere ingiustizia ?moralmente pi?brutto (aischion) che patirla. Questa tesi si basa sul presupposto che la bellezza e la bruttezza morale (kalon e aischron) siano diverse dall’ agathon e dal kakon, cio?dal bene e dal male in quanto inteso a procurare felicit?

Il primo passo dell’enchos consiste nel chiedere per quale ragione una cosa ?considerata “bella” (kalos). La risposta ? perch?d?piacere o ?utile a chi la contempla. Analogamente, una cosa apparir?brutta (aischros) se provoca dolore o danno. Cio?il bello e il brutto dipendono dal piacere e dal dolore che provocano, o (vel) dal bene e dal male che procurano.

Polo aveva riconosciuto che commettere ingiustizia ?pi?brutto (aischion) che patirla.

Ma questo significa che Polo riconosce anche che commettere ingiustizia pu?essere o pi?doloroso o (vel) pi?dannoso (peggiore) che subirla.

Commettere ingiustizia non supera in dolore in patirla. Possiamo per?ammettere che lo supera in male,
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e quindi:.