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“Trasferirsi dal Galles all’Italia è un po’ come trasferirsi in un paese straniero”. Tra le tante interviste riprese e parodiate dalla Gialappa’s dei tempi migliori, spicca questa insensata frase di Ian Rush che quasi è l’emblema dell’unica sua stagione in bianconero. Il gallese arrivò alla Juventus nell’estate del 1987 ed il costo fu esoso per l’epoca: 7 miliardi di lire. Fu subito osannato dalla critica italiana per il suo passato ricco di segnature con la maglia del Liverpool (nel suo palmares figura anche una scarpa d’oro).

E infatti Ian non nacque bidone in patria, la sua fu la classica sindrome da inbidonimento che lo colpì appena mise piede sul suolo italiano, un pò come successe ad un altro britannico qualche anno prima, quel Luther Blissett che militò nel Milan. 40 presenze in maglia bianconera tra campionato e coppe e il misero bottino di 13 reti siglate, di cui ben 7 al malcapitato Pescara. Segnò l’ultimo rigore nello spareggio per accedere alla coppa Uefa, vinto dalla Juventus contro i cugini granata. Fu questo il bilancio di Rush, birraiolo gallese sbarcato nel capoluogo piemontese proprio quando la piazza juventina era nel bel mezzo della nostalgia assoluta per l’addio di Michael Platini.

Ed a Torino non erano poche le voci che circolavano sul suo conto (oltre ai ritardi per gli allenamenti) circa le presunte uscite serali a base di alcool. Per i brasiliani saudade vuol dire Carnevale di Rio, sole, mare e belle donne, per Rush questo sentimento si tramutava in nostalgia per pub, birre e tempo uggioso. La Juventus di Marchesi, quell’anno, arrivò sesta e la coppia Rush Laudrup, che doveva far rivivere il mito Sivori Charles deluse le attese. “Dio salva, ma Rush ribadisce in rete” è la scritta che si staglia su un muro di Liverpool. In realtà il buon Ian ne salvò troppi di difensori in Italia.
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