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Le strade delle Madonie hanno fatto da sfondo ad eroiche sfide, capaci di illuminare al meglio il firmamento sportivo. I duelli che si sono consumati in questo suggestivo scenario hanno inciso alcune delle note più belle dello spartito motoristico. Difficile non subirne il fascino. Il merito va a un nobile evento, entrato nel cuore della leggenda: la Targa Florio! Concepita come gara automobilistica, essa ha saputo esprimersi in un campo di azione a più ampio respiro. Grazie agli sforzi dell’ideatore si è presto elevata a fenomeno di costume.

In questa dimensione appare spontaneo il collegamento con uno dei grandi protagonisti, cresciuto all’ombra della kermesse. Anche lui madonita, figlio di una Cefalù intrisa dei simboli della dominazione normanna. Si chiama Francesco Liberto. Nasce a febbraio del 1936, nel cuore della splendida cittadina balneare. Il suo nome d’arte è “Ciccio”. La carriera di questo singolare artista si sviluppa come la trama di una magica favola.

Sin dalla tenera età di sei anni è impegnato come calzolaio nella bottega dello zio dove, tra pellami e attrezzi di lavoro, carpisce i segreti di un mestiere che lo consegnerà alla storia. I giorni scorrono tranquilli, al ritmo scandito da mille martellate. Ma la monotonia non prende il sopravvento. Il giovane apprendista è assai curioso e si apre facilmente alla scoperta. La musica celestiale delle auto da corsa non tarderà a contagiarlo. Intensa l’ammirazione che vive al passaggio dei bolidi che partecipano alla prova siciliana.

Ancora non può immaginare che quella mitica sfida segnerà il suo futuro! Cresce rapidamente nella professione, alla quale si dedica con spirito creativo. Negli anni Sessanta entra nell’universo glamour del Club Mediterranee. Qui allarga la panoramica, schiudendosi agli orizzonti internazionali (una gustosa anteprima per lui, destinato a conoscere una notorietà senza confini). Negli stessi anni stabilisce i primi contatti con quei cavalieri del rischio che, con folle ardimento, affrontano le curve del circuito madonita.

Inizia a frequentare i grandi campioni come Ignazio Giunti il quale, durante un cena all’Eucaliptus (nel 1965), gli commissiona un paio di scarpe. Vuole che siano morbide e leggere, per un impeccabile feeling di guida. L’artigiano, che è molto sveglio,
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interpreta al meglio i suoi desideri.

Tutti i più grandi nomi dell’automobilismo mondiale cercano di accaparrarsi i pezzi del celebre “ciabattino”. Nel 1977 Niki Lauda vince il titolo conduttori, con la Ferrari 312 T2. Ai suoi piedi (manco a dirlo) i prodotti del laboratorio cefaludese. Per un certo periodo Ciccio diventa fornitore ufficiale della Scuderia del “cavallino rampante”. Le scarpe del maestro accompagneranno i successi di tanti altri piloti, come Mario Andretti, Carlos Reutemann, Emerson Fittipaldi, Clay Regazzoni, Jo Siffert, Jack Ickx, René Arnoux, Gérard Larrousse, Arturo Merzario, Sandro Munari e Nino Vaccarella.

Alcuni dei modelli più belli portano le decorazioni di Franco Cheli, docente presso l’Accademia di Brera. Di alto lignaggio anche gli altri pezzi della collezione. Per realizzarne un paio occorrono almeno 15 giorni: il tempo necessario a lavorare a mano i nobili pellami di questi gioielli su misura, omologati per le corse.

I prodotti dell’atelier siciliano trovano spazio in quattro grandi musei: quello della Ferrari, a Maranello; quello dei fratelli Rossetti, nel milanese; il Romans, in Francia e il Deutsches Ledermuseum, in Germania. Ciccio è stato recentemente inserito nel Dizionario della Moda. Non è difficile capirne le ragioni, visto che le sue scarpe costituiscono un mirabile esempio di design e cultura. Esse sono il prodotto della scienza della bellezza. Nella loro galassia si ergono al rango di astri splendenti. Proprio come le imprese dell’uomo che le ha plasmate!
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