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Segnato da drastici cambiamenti sociali, quello degli Anni Sessanta è stato un decennio molto significativo, perché ha visto il dissolversi delle gerarchie tradizionali e perché ha cullato il seme dell’età moderna.

Il modo di vestirsi per esempio, rivoluzionato rispetto a quello degli Anni Cinquanta, ha segnato una tappa del cambiamento in corso: i giovani il cui benessere alimentò un nuovo senso d’identità e la necessità di esprimerlo rivendicarono in quegli anni il diritto di rompere gli schemi. L’industria della moda rispose subito, creando per loro modelli che non si limitavano più a copiare quelli degli “adulti”.

Con l’avanzare del decennio, i codici dell’abbigliamento si fecero sempre più informali: la confezione sartoriale si ammorbidì sempre più; donne in vista come Jackie Kennedy cominciarono a preferire gonne più corte, mentre accessori à l’ancienne come cappelli e guanti bon ton venivano progressivamente accantonati.

A Parigi gli stilisti Courrèges, Cardin, Ungaro e Saint Laurent tradussero perfettamente i desideri di questa generazione in una moda per il quotidiano e in un’estetica del tutto nuova.

Verso la fine degli Anni Sessanta, crebbe il gusto per uno stile sempre più “scenografico”. Uomini e donne cominciarono a portare i capelli più lunghi mentre iniziavano a piacere i pantaloni a zampa di elefante. Le donne sfoggiavano gonne incredibilmente corte, gli uomini indossavano tuniche e mantelli. Fu come se gli Anni Cinquanta avessero esercitato una compressione talmente forte da far esplodere la fine dei Sessanta come una vecchia pentola a pressione! Le idee e l’estetica mix and match, promulgate dal movimento hippy californiano, attraversarono l’Atlantico “concedendo” agli individui la libertà di “vivere diversamente” e di vestirsi con abiti sciolti o indossati a strati, spesso ispirati a modelli vintage.

Mentre nel 1967 in Inghilterra Mary Quant inventava la minigonna e il mondo si innamorava di Twiggy, la prima “modella grissino”, a Milano Pino Rabolini, figlio di un orafo milanese e membro della band artistica del bar Jamaica, formulava un’idea visionaria: applicare il concetto di prt a porter al mondo conservatore dei gioielli. Rabolini iniziò infatti a creare pezzi più leggeri, sia pure preziosi e ben disegnati, per le dinamiche donne dell’epoca. Lo stile bohémien piaceva anche alle donne benestanti, che lo declinarono con tessuti sontuosi, pellicce e gioielli.

Nel 1969 la moda si verticalizzò e si ammorbidì allo stesso tempo. A Parigi come negli USA i designer proponevano collezioni dalle linee slanciate e “svelte”, che fecero subito tendenza perché le donne cercavano abiti che esaltassero, o promuovessero l’impressione, di corpi alti e sottili. Tuniche, maniche smilze, vita e tasche basse, gilet oltre i fianchi, cardigan lunghi fino ai piedi ben contribuirono all’estetico scopo. I motivi patchwork o ispirati a tappeti persiani e navajo erano ovunque. E più frange c’erano, meglio era Settanta in poi dilagò il poliestere e ovunque regnarono colori vivaci. Uomini e donne indossavano pantaloni attillatissimi e scarpe con la zeppa. Medaglioni, colli a farfalla, jeans scampanati, t shirt attillate, sandali, tute da ginnastica, camicie floreali, e fasce da tennis, invadevano la scena. Spesso e volentieri i monili inglobavano elementi naturali come il legno, le conchiglie, le pietre, le piume, il cuoio.

Nel 1974 le silhouettes cambiarono ancora significativamente: i designer trasformarono i modelli aderenti in capi dalle linee più fluide. Cominciavano a piacere i maglioni confortevoli, le t shirt e i jeans, che si indossavano quotidianamente.

Il 1977 accolse i primi indizi dell’estetica che avrebbe poi spopolato negli Anni Ottanta. Gli stilisti lasciarono che i vestiti cadessero morbidamente, scegliendo di torcere, legare e raccogliere i tessuti. L’audacia dell’oro, i rasi lucenti, i top in pizzo privi di spalline e la pelle nuda si appropriarono di quella sensualità precedentemente ad appannaggio degli abiti fascianti. Gianni Versace e Giorgio Armani riportano in Italia il glamour e l’attenzione sull’alta moda con grande successo e oltreoceano, Calvin Klein e Bill Blass propongono top con coulisse su ampie gonne in stile dirndl. La sciarpa, accessorio dell’anno, non si usava certo per coprire i capelli che si lasciavano crescere naturalmente: arruffati, ricci, crespi o lisci che fossero. Le donne spesso li ornavano di fiori colorati o pettini dorati. Tutto ciò ha definito senz’altro il decennio della ‘libertà della moda’.
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