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Cerca un cinemaPeter è stato da sempre un “girlfriend guy”, uno che alle serate con gli amici preferisce una cena romantica con la propria ragazza. Quando decide di sposare Zooey, ragazza solare e piena di amiche con cui condivide tutto, arriva per lui il momento di confrontarsi con questa mancanza di compagnie maschili e con il fatto che non ha un vero amico che possa fargli da testimone per le nozze. Dopo una serie di appuntamenti combinati dagli esiti tragicomici, Peter trova la giusta compagnia platonica in Sydney, un pianificatore finanziario gioviale e irresponsabile che gli insegna il lato gaudente e impulsivo della vita.

Il successo di una formula lo si riconosce soprattutto quando a metterla in pratica non è chi ne detiene il brevetto, quando un meccano funziona a prescindere dalla presenza del suo creatore. Dietro I Love You, Man non c’è la presenza di Judd Apatow, l’uomo che ha iniettato di ricostituenti la commedia americana del terzo millennio, ma vi è indubbiamente tutto ciò che egli ad oggi incarna e rappresenta: una formula matematica in cui attori, tematiche, tempi comici ed equilibrio ideale fra volgarità e sensibilità devono funzionare in sinergia per produrre un divertimento leggero che non faccia poi sentire in colpa chi ha riso.

La presenza di Paul Rudd e Jason Segel non è già da sé innocente, ma è il modo in cui la comicità viene intesa come un prodotto artigianale che lascia libero sfogo alle potenzialità dei propri attori, ad avere molto in comune con la meccanica Apatow. Ognuno dei due trova in questo film una sua specificità sulla quale poter costruire il proprio corpo comico. Rudd ha una faccia troppo pulita e due occhi troppo brillanti per poter essere solo il tipico “bravo ragazzo innamorato” e Segel, nella sua fisicità corpulenta e paciosa, è la perfetta rappresentazione della tentazione verso una vita dedita al rock e alla crapula.

Ora, rispetto ad altri film come Strafumati o Superbad si avverte un po’ la mancanza di quel dinamismo e di quell’audacia che sono motivo del grande successo della scuderia. Ma è soprattutto il tema del film a identificarlo come un’ideale continuazione della commedia apatowiana. John Hamburg (che con Apatow ha lavorato in una serie televisiva ingiustamente sottovalutata come Undeclared) prende infatti di petto una delle tematiche forti del comico e produttore newyorkese, e lo rende vero e proprio oggetto del racconto. L’amicizia maschile diviene alla base di un programma narrativo che riconosce e puntualmente replica e rovescia tutte le fasi dell’innamoramento della tipica commedia romantica: incontro, conoscenza, reciproco interesse, sviluppo degli affetti, rottura, riavvicinamento e happy ending. Di questo paradosso I Love You, Man fa il proprio punto di forza camminando abilmente su un filo fatto di garbo e irriverenza che lo distanzia tanto dai facili sentimentalismi quanto dal parodico e dal demenziale. Elemento fondamentale di questa logica è il percorso che intraprende Peter: se la commedia tradizionale vuole che il protagonista abbandoni la solidarietà del branco in nome delle responsabilità familiari, I Love You, Man propone invece il percorso iniziatico di un uomo che si sente già sposato verso le gioie del cameratismo maschile, in un’involuzione paradossale che rende il film un nuovo, perfetto episodio “apocrifo” della Apatow band.
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