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Triumph Bonneville T120 Black e Thruxton R 2016 TESTNuovi motori raffreddati a liquido, tanta elettronica e ABS di serie: crescono (molto) le prestazioni, la guidabilità e il divertimento in sella, calano i consumi

Dopo 15 anni di onorata carriera, siamo di fronte ad una piccola, grande rivoluzione. Triumph mette mano alla sua leggendaria famiglia Bonneville con interventi che, pur salvaguardandone lo stile classico tipicamente british, propongono delle moto decisamente moderne e raffinate. Facciamo per un passo indietro: per il 2016 la gamma Triumph Bonneville si articola in 5 differenti modelli, dalla entry level Street Twin, fino alla T120 e T120 Black, passando poi alla Thruxton ed alla sua raffinata declinazione R. Due cilindrate differenti, 900cc per la Street e 1.200cc per le altre versioni, con differenti definizioni tecniche dei propulsori (e prestazioni) che confermano la Thruxton come l sportiva della gamma. Volando a Lisbona per prendere contatto con Bonneville T120 Black e Thruxton R abbiamo appreso con facilit qual ilprincipio ispiratore delle nuove classic Triumph, per le quali la Casa non si limitata ad un upgrade bens ha predisposto un lavoro di sviluppo (durato quattro anni) teso a scrivere un nuovo capitolo della loro storia. Inedito motore bicilindrico parallelo raffreddato a liquido, elettronica sofisticata dotata di ride by wire, controllo di trazione e mappature regolabili assieme ad interventi importanti alla ciclistica ed alla componentistica: con questi elementi la nuova T120 Black diventa la Bonneville pi gustosa e appagante di sempre, scavando un solco profondo tra s e le precedenti versioni in tema di piacere di guida e sfruttabilit Ancor pi sorprendente la metamorfosi della Thruxton, ora capace di performance e dinamicit di guida pi vicine a quelle di una naked sportiva rispetto ad una stilosa moto aperitivo Prendete tutto quel che avete appreso fino a oggi rispetto alla famiglia Bonneville e chiudetelo nel cassetto dei ricordi, perch da qui si riparte. E sar tutta un storia.

Il nuovo motore 1.200 ccBonneville T120 Black e Thruxton R sono equipaggiate con l bicilindrico parallelo 1.200 cc con 4 valvole per cilindro. La nuova unit progettata per offrire pi coppia ai bassi regimi e, al contempo, maggiore allungo, donando alle moto un carattere ed una trattabilit del tutto inedita. Tradotto in numeri, nella configurazione Bonneville T120 il motore sviluppa 80 CV a 6.550 giri, il 18% in pi del precedente, e 105 Nm di coppia massima a soli 3.100 giri, pari ad un incremento di oltre il 54% (68 Nm a 5.800 giri). Ancor pi sostanzioso il risultato ottenuto dall Thruxton, che sviluppa 96 CV a 6.750 giri e una coppia di 112 Nm a 4.950 giri (il 62% in pi rispetto al motore precedente che si fermava a 69 Nm) grazie ad un albero motore pi leggero, un superiore rapporto di compressione, un airbox realizzato ad hoc per questo modello e il limitatore posto a circa 7.500 giri, ovvero 500 giri pi in alto della T120. Per ottenere questi risultati la cilindrata del propulsore cresciuta di 355 cc ed stato dotato di raffreddamento a liquido in sostituzione del sistema aria/olio. Triumph ha per pensato anche ai preservando l estetico cammuffando sapientemente radiatore e tubazioni (di colore nero) e il doppio corpo farfallato che riproduce l dei carburatori. Accanto a prestazioni notevolmente superiori rispetto al passato, la nuova unit adottata da Bonneville T120 e Thruxton vanta consumi dichiarati inferiori del 13% e 11%, oltre ad intervalli di manutenzione programmata oggi fissati ogni 16.000 km rispetto ai precedenti 12.000 km. Altre novit del propulsore sono rappresentate dal cambio a 6 rapporti al posto del precedente 5 marce, dalla frizione antisaltellamento e dagli impianti di scarico, (a cerbottana) per Bonneville e doppio silenziatore con terminali a megafono rovesciato sulla Thruxton (in acciaio inossidabile spazzolato sulla Thruxton R.)

Elettronica: tutta un storiaStile classico e tecnologia all la chiave di lettura delle due novit Triumph proprio questa, e basta uno sguardo alla strumentazione di bordo per capirlo. Dotate di acceleratore ride by wire di ultima generazione, entrambe sono dotate di controllo di trazione, non regolabile nell ma con possibilit di disinserimento. A questo si aggiungono le mappature motore selezionabili (Road e Rain per Bonneville a cui Thruxton aggiunge la Sport) che pur non tagliando la potenza erogata agiscono sulla sensibilit della risposta del gas in funzione di una guida pi rilassante e sicura oppure, nel caso della Thruxton, decisamente aggressiva. La Bonneville T120 Black vanta in pi anche le manopole riscaldabili (su due livelli) ed entrambe ovviamente sono dotate di sistema Abs.

Ciclistica: cos uguali, cos diverseEntrambe le moto confermano la base tecnica che vuole protagonista il confermato telaio doppia culla in tubi di acciaio. In tema di quote ciclistiche, la serie Thruxton differisce per un interasse notevolmente inferiore,
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pari a 1.415 mm rispetto ai 1.445 mm della Bonneville, principalmente per effetto di un forcellone pi corto e per l di entrambi i cerchi ruote da 17 in luogo dell da 18 impiegato sulle Bonnie. Fiore all della Thruxton R l da vera sportiva, che conta un impianto frenante anteriore di tipo radiale composto da pinze monoblocco, dischi e pompa Brembo, assieme ad una forcella Showa BPF e a due ammortizzatori posteriori Ohlins completamente regolabili.

Bonneville T120 Black: all potenzaL 2016 la migliore Bonneville di sempre, l detto e lo ripetiamo. Se questa pu sembrare una definizione scontata per un nuovo modello che si affaccia sul mercato, non lo il marcato step compiuto da questa moto rispetto alla versione precedente. Pi facile, ancor pi comoda e dotata di un motore tanto elastico e trattabile quanto piacevolmente coinvolgente. Con un peso a secco di 224 kg e dimensioni contenute, la T120 non intimidisce nemmeno il pilota pi basso, accogliendo tanto il guidatore quanto il passeggero offrendo loro postura naturale e rilassante. Un a tutto tondo che ha coinvolto ogni area della moto e che ne esalta il comportamento in ogni istante di guida, rendendo la nuova Bonneville T120 una moto appagante tanto per gli spostamenti urbani quanto nel turismo. La linearit di erogazione del propulsore permette al pilota di scendere a regimi ben inferiori ai 1.500 giri senza percepire il minimo strappo, con una riserva di coppia nel polso destro sempre disponibile. Pastoso e progressivo, il bicilindrico conserva un lieve effetto in fase di apertura del comando del gas, ma stiamo davvero guardando il classico pelo nell Per il resto, il tiro vigoroso consente di usare davvero poco il cambio (peraltro estremamente morbido e preciso, anche se contraddistinto da una corsa leggermente lunga) e lasciarsi cullare dalla risposta lineare del twin. Negli spazi stretti e nel traffico la ciclistica sufficientemente agile per divincolarsi con facilit in ogni dove; sul veloce e nei tratti pi guidati, la Bonnie rapida ma richiede un discreto impegno, a causa di una taratura decisamente soft delle sospensioni e del cerchio da 18 (gommata Pirelli Phantom Sport) che conferisce una certa inerzia direzionale. Non fatta per correre ma sa divertire, arrivando in sicurezza a limare le pedane in curva e conservando una buona precisione direzionale anche quando la si strapazza un po tra i tornanti. L frenante risponde egregiamente ad ogni sollecitazione, con il supporto di un sistema ABS mai troppo invasivo e di cui si avverte l solo al posteriore quando le si chiede davvero molto nella guida. Andare a spasso con la Bonneville oggi ancor pi gratificante, grazie anche ad un livello di vibrazioni che diventa avvertibile ma mai fastidioso solo sopra i 4.500 giri ed un pacchetto di dotazioni elettroniche all che aggiunge un ottimo livello di sicurezza attiva.

Thruxton R: oggi una sportiva veraSe della Bonneville T120 Black abbiamo apprezzato il deciso passo avanti su tutti i fronti, per la Thruxton R non esageriamo dicendo che ci ha spiazzati. La conoscevamo come una moto capace di distinguersi pi per lo stile ricercato che per le pure sensazioni di guida, e cos abbiamo affrontato i primi chilometri in sella alla ricerca di sensazioni E non le abbiamo trovate.

La seduta stretta e il carico sull imposto dalle scelte ciclistiche ricorda pi una streetfighter che la Thruxton, complice anche il peso contenuto in appena 203 kg. Gi dopo pochi metri si fa la conoscenza con un motore tanto docile e corposo ai bassi quanto dotato di una coppia davvero esuberante, pronto a catapultarti in avanti con una spinta sempre pronta e capace di un allungo rapido e corposo che invita a stuzzicare il fondoscala del contagiri. Non comoda e rilassante come la Bonnie, ma la Thruxton R 2016 nasce per rappresentare la chiave di volta per chi cerca una moto estremamente leziosa e distintiva nello stile senza al contempo la minima rinuncia in termini di divertimento in sella. Se la precedente versione era appagante nella guida, la nuova Thruxton mostra davvero il dente avvelenato tra le curve, mostrandosi pronta a regalare le sensazioni forti e l solitamente terreno di conquista delle naked pi sportive. La spinta del propulsore inebriante e sempre pronta, mentre l frenante si dimostra potentissimo ma al tempo stesso ottimamente modulabile. Ne viene fuori una guida gustosa e coinvolgente tra i tornanti, col supporto degli ottimi Pirelli Diablo Rosso Corsa (Angel GT per la Thruxton che si traduce in elevata precisione negli inserimenti in curva e un grip al posteriore sempre efficace. La Thruxton volteggia con grande velocit nei cambi di inclinazione, richiedendo al pilota uno sforzo minimo e mettendo in mostra angoli di inclinazione davvero notevoli; per contro, la taratura decisamente rigida delle sospensioni, assieme all in sella, si traduce in un affaticamento ben maggiore rispetto alla Bonneville, ai quali si assomma anche un livello di vibrazioni (soprattutto sulle pedane) sensibilmente pi marcato. Precisa e rassicurante, la Thruxton R disegna traiettorie precise al millimetro anche quando si affrontano i curvoni veloci, dove per il pilota deve scontrarsi con la totale assenza di riparo aerodinamico. Partiti per il test convinti di trovarci tra le mani una moto, dopo una 30ina di chilometri tra curve e tornanti ci rendiamo conto d stati letteralmente spiazzati. Senza paura d smentiti, pensiamo che con la nuova Thruxton R Triumph abbia inaugurato un modo nuovo di concepire le modern classic,
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dove le performance incontrano lo stile iconico creando una miscela dal gusto davvero autentico.

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Come afferma Hopcke in un celebre saggio, nulla succede per caso. Tornata a casa da un bel viaggio nei Paesi Bassi con formaggi e bulbi e una bellissima stampa del Ramo di mandorlo fiorito di Van Gogh, il dipinto dedicato a Vincent Jr., il figlio del fratello Theo, mi trovo tra le novità di settembre un romanzo che è visceralmente connesso a quel quadro; e scopro pure che l’editore del libro, Marcos y Marcos, tra settembre e ottobre festeggia il suo 35 compleanno con un regalo ai lettori, un libro bianco impresso ‘a secco’ del forato dei miniMarcos, a cui l’omaggio è legato, guardate qui

E allora, mi son detta, non trascuriamo queste coincidenze che tali non sono mai: seguiamo un po’ il filo rosso della follia, o meglio della percezione diversa della realtà, partendo dal nuovo libro per poi rivelarvi i miei due miniMarcos preferiti, con sorpresa finale!

Camilo Snchez non è, come si intuisce, olandese; non è nemmeno uno storico dell’arte e non credo sia nemmeno un fan sfegatato di Van Gogh. In un documentario della BBC ha visto una brevissima apparizione di Johanna van Gogh Bonger, a cui ci si riferiva come la depositaria dei quadri e delle lettere del pittore, e ha avuto un’intuizione, come spesso capita ai poeti. Perché, seguendo gli indizi che lo hanno portato in tanti musei e biblioteche di tutto il mondo, Snchez ha costruito un ritratto verosimile e soprattutto fortissimo della donna la cui forza di volontà e poesia ha letteralmente strappato l’opera di Vincent Van Gogh all’oblio. Eppure, paradossalmente, La vedova van Gogh non è tanto un altro tassello che va a completare il quadro (eh!) biografico del pittore dei girasoli, quanto soprattutto un racconto di crescita, di scoperta del proprio ruolo nel mondo, o, più semplicemente, è una storia di un amore profondo e generoso che può nascere solo dopo aver nutrito di bellezza e di stupore il proprio animo. Johanna sposa Theo e sa già che dovrà dividere suo marito con il fratello pittore, che entra ed esce dalla lucidità e deve ricorrere a periodi di ricovero in manicomio per frenare quella follia che ne mina l’esistenza e, cosa ancor più grave, la sua produzione artistica. L’orecchio tagliato, l’amore per la cugina, la relazione (presunta) con una prostituta, l’insuccesso in vita e la conseguente povertà, il suicidio con agonia annessa tutte queste cose si trovano ovunque quando si fanno ricerche (sul web o in biblioteca) su Vincent Van Gogh; così come i suoi covoni di paglia o il cielo fatti di mulinelli di luce. Di nuovo, nel romanzo di Snchez c’è anche questo, perché Van Gogh e Johanna Van Gogh Bonger sono pure questo, ma il fulcro è altrove: Johanna vive sì circondata dalle tele di Van Gogh quando, dopo la morte di Theo che non sa sopravvivere al la morte del fratello, decide di diventare una donna indipendente con il suo piccolo Vincent (un nome che Johanna libererà dalla maledizione della morte, iniziata prima di Van Gogh, e per questo Vincent nella lingua di Johanna sarà solo il suo bambino pieno di vita, e l’altro sarà solo Van Gogh) e apre una locanda a 20 chilometri da Utrecht, dove appunto le tele vengono esposte per la prima volta su pareti fatte apposta per loro. Ma senza l’occhio e il cuore di Johanna, le tele di Van Gogh, che già erano state esposte a Parigi e altrove senza successo quando il pittore era ancora in vita, non potrebbero sprigionare appieno la loro forza: la giovane vedova (che tutti pensano sia stata sposata al pittore e non a Theo, e c’è un fondo di verità inquietante in questo lapsus che inganna il lettore a partire dal titolo) è erede, per volontà di Theo, delle opere di Van Gogh e del carteggio tra lui e Theo; e sente forte come una missione la necessità di far arrivare le opere di Van Gogh al mondo, perché, per capire meglio la morte del marito e per ritrovare un equilibrio in quel mare di follia, è stata costretta a passare per quei colori, per quei gesti, per quelle parole e ora è pronta per sostenere la grandezza di Van Gogh in un mondo che deve imparare a lasciarsi colpire da quelle opere senza pregiudizi. Il romanzo racconta, attraverso brani del diario di Johanna ma anche del carteggio dei fratelli Van Gogh, le fatiche di Johanna per arrivare a far apprezzare il lavoro di Van Gogh ai mercanti d’arte e ai critici. Di pari passo, però, ci sono le pagine di Johanna madre di Vincent che lo vede affacciarsi al mondo e crescere, e le pagine di Johanna donna che, grazie anche all’amicizia con Wil Van Gogh, la sorella femminista, coltiva la propria indipendenza, la sua ricchezza più grande, e inizia una relazione amorosa con una consapevolezza di sé assai accresciuta. Come se scoprire le opere di Van Gogh, toglierle dagli imballaggi e appenderle nelle giuste cornici per lasciare sprigionare la loro potenza della luce e dei colori, coincidesse con lo svelamento della forza, della luce interiore di Johanna, in una simbiosi che raggiunge il suo culmine quando Johanna decide di riscrivere alcuni stralci delle lettere di Van Gogh mettendoli in versi , trasformandoli in poesie che chiosano i dipinti esposti nelle mostre sempre più frequentate. La bellezza di questo romanzo sta tutta negli occhi di Johanna, che guarda i dipinti come le lettere, i paesaggi reali fuori dalla finestra come quelli sulla tela, con lo stesso stupore e con la medesima intensità: Van Gogh è innanzitutto un poeta, ogni quadro è una poesia, “voglio portare allo scoperto le lettere a Theo [] il suo corpus teorico . [] Perché si capisca che in Van Gogh ogni pennellata aveva, dietro di sé, il sostegno di un linguaggio”, scrive Johanna, e poi ancora “le lettere [] a prestar ai quadri il linguaggio di cui hanno ancora bisogno per camminare sulle proprie gambe”. E’ emozionante questo passaggio dalla parola al colore, dalla poesia al disegno, e se pensate che sia tutto troppo astratto, di nuovo Johanna farà a pezzi anche questo pregiudizio: l’arte di Van Gogh è materia, come la pasta di colore sulla tela. “Che cosa sono i colori di un quadro se non la voce intima delle cose?” si chiede Van Gogh, e Snchez risponde: “Johanna si incammina versoi casa e usa, per farsi scudo contro il vento freddo, i Rami di mandorlo in fiore e Un paio di scarpe, le scarpe più povere e tristi del mondo”. Questo fa l’arte, a chi non ha paura di afferrarla con le mani sporche di umana fatica, a chi l’accoglie nonostante tutta la tristezza da cui a volte è generata: protegge, rende forti, non sulla carta, ma nella vita

(ps: per vedere quello di cui leggete, date un occhio qui)

2) Luke Rhinehart. L’UOMO DEI DADI, Marcos y Marcos, miniMarcos, trad. M. Valente

Se affidiamo le nostre scelte alle sei facce di un dado, ci scrolliamo di dosso quell’ansia che ci consuma, ci liberiamo dalla responsabilità della decisione e le azioni con le loro conseguenze, perché determinate da altro, ci paiono più lievi, financo sopportabili: insomma, niente più psicosi, se si manda la coscienza in letargo. Certo, bisogna volerci credere, che la mia mano che lancia il dado non abbia niente a che fare con me, e che io esegua la mia vita, invece che cercare di esserne artefice per quanto possibile e con tutti i miei limiti, con serenità. E’ questo il gioco d’azzardo a cui Luke Rhinehart sfida il lettore, che è costretto davvero, tra un capitolo e l’altro, a guardarsi dentro: d’altronde, la voce narrante è quella di uno psicanalista affermato, Luke appunto, che in primo luogo gioca col suo autore, che si nasconde dietro il nome del personaggio, perché Luke Rhinehart nasce George Cockcroft, ex docente universitario di psicologia ma anche zen e letteratura occidentale, che da tempo vive con moglie e figli in giro per il mondo su un trimarano, e scrisse questo romanzo all’inizio degli Anni Settanta e si direbbe che di quegli anni Cockcroft/ Rhinehart abbia assorbito le atmosfere e la filosofia. Ovviamente, Luke poi vive di vita propria, un’esistenza letteraria affidata per ogni cosa al capriccioso caso del lancio dei dadi: una specie di roulette emotiva che porta il giocatore ad eccessi autodistruttivi come lo stupro, la sessualità promiscua e deviata, l’omicidio e la follia. Luke applica la nuova ‘terapia’ con determinazione, fonda persino la fondazione “Vivere con i dadi”, riscrive insomma i testi di riferimento dell’intera società occidentale: e questo è, in fondo, il senso del romanzo, una critica spietata al perbenismo, all’ipocrisia dei perbenisti che si cuciono sulla pelle il distintivo della democrazia americana che ammicca ai neofondamentalismi ; e anche i non americani sanno di cosa si tratta. Ma non pensate ad un romanzo cervellotico da seduta psicoanalitica: crudele e irrispettoso, il racconto viaggia da eccesso ad eccesso, facendo saltare il concetto di misura, in sella ad un purosangue divertito che scalcia esilarante comicità (quella migliore, quella un po’ tragica). Preziosa anche la prefazone di Marco Malvaldi. Forza, lettori, fate il vostro gioco!

3) Michael Zadoorian, IN VIAGGIO CONTROMANO The Leisure Seeker, Marcos y Marcos, trad. C. Tarolo (nei miniMarcos dal 13 ottobre)

Se la vita è un’autostrada, meglio viaggiare comodi: per questo Ella e John Robin hanno scelto un bel camper gigante, un Leisure Seeker (un nome, una garanzia: più o meno vuol dire ‘il cercatore di svago’), per spostarsi coi bambini verso Disneyland. Certo, dall’ultimo viaggio è passato un po’ di tempo: i due coniugi hanno superato gli 80, i figli sono già grandi e sistemati, solo Disneyland è rimasto là dov’era. Così, Ella decide che è ora di un amarcord romantico: si parte per il grande parco di divertimenti ma senza figli, solo lei e John, da Detroit giù giù lunga la mitica Route 66 fino alla Florida! Che forza eh? Eh già, perché davvero bisogna essere molto determinati per mettersi in pista quando si sta morendo di cancro (Ella) e la coscienza è minata dall’Alzheimer (John). Ma Ella è stufa di aspettare, tra chemio e radio, e John avrà pure l’Alzheimer ma sa guidare benissimo, oggi come da giovane, e se lo si rassicura con un paio di coordinate spazio temporali, si diverte pure lui. Nonostante le proteste quasi violente dei figli Cindy e Kevin, ragionevolmente assai preoccupati, Ella non demorde: la anima una missione il cui finale si può pure intuire (salvo poi doverci sorprendere quando lo scopriremo sul serio, all’altezza di Anaheim), e ciò nonostante non possiamo che divertirci con i due vecchietti che ne vedono di ogni, mentre passano ordine attraverso Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico e Arizona, telefonando ogni tanto alla prole che è sempre su punti di andare a “Chi l’ha visto?”. Zadoorian è così bravo da farci accettare il punto di vista di Ella, in questo viaggio contromano, anzi, controtempo, perché la sera Ella e John appendono un lenzuolo e proiettano le diapositive dei loro primo viaggi a Disneyland coi bambini, delle vacanze con gli amici, insomma macinano, insieme ai chilometri, anche i loro ricordi, e là dove non c’è più memoria, si sovrappone il presente a colmare i buchi. John si accontenta di guidare per ore senza proferire parola senza sapere troppo bene dove si trova, purché possa mangiare tutti gli hamburger che vuole; ed Emma, in un gesto che è il manifesto dell’intero romanzo, si toglie la parrucca e la getta fuori dalla finestra del camper in corsa. E sono grata all’autore per non aver dimenticato che Ella e John sono due anziani malati: perdono i pochi capelli che hanno, hanno quell’odore dei corpi invecchiati, hanno attacchi di stanchezza e di sonno (sempre nei momenti meno opportuni). La vecchiaia è la vecchiaia, con coraggio si può viverla meglio, ma quella è, ed è per questo realismo onesto che improvvisamente il nostro sguardo va oltre le rughe e le dentiere e coglie il mistero della vita. John, durante una lite furibonda con Ella, si scorda che stanno litigando e si mette a flirtare con la moglie: Ella si ferma, gli toglie la mano dal suo ginocchio e ricomincia da capo il litigio, perché l’importante è portare a termine insieme quello che si è iniziato insieme. Non bisogna essere vecchi per capirlo, non è necessario essere moribondi per scoprire la bellezza di questo romanzo. Non c’è da stupirsi che Paolo Virzì abbia iniziato proprio questa estate le riprese della trasposizione cinematografica del romanzo, e nei panni dei malandati coniugi Robina ci saranno niente meno che Helen Mirren e Donald Sutherland. Ma ormai lo sapete, il libro è sempre meglio!
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