ugg outlet store La lista delle vittime in Abruzzo sale a 293

Terremoto in Abruzzo, Parlano i feriti dell’Aquila.

Dolore, terrore, morte e distruzione. Uno scenario quasi apocalittico quello che si prospetta davanti agli occhi dei terremotati sopravvissuti al sisma.

La terra cotinua a tremare e non da nessuna tregua agli sfollati. Anche questa sera una nuova scossa ha gettato nella paura e nel panico le famiglie profondamente provate. Il bollettino dei morti si è allungato anche per il Molise.

L’EPICENTRO: La violenta scossa di terremoto che è stata avvertita in nottata nel centro Italia ha avuto come epicentro L’Aquila ed è stata di magnitudo 5,8. La scossa è avvenuta alle 3.32 a 5 km di profondità.(L’epicentro è stato ulteriormente precisato essere a pochi km dalla città dell’Aquila, nella zona nord, in un triangolo compreso tra la stessa città dell’Aquila e le frazioni di Collimento e Villa Grande.

Il terremoto che ha colpito oggi l’Abruzzo “é la peggiore tragedia di questo inizio di millennio”. Lo ha detto il capo della protezione, civile, Guido Bertolaso.

L’evento, ha spiegato Bertolaso, “é paragonabile, se non superiore, al terremoto che ha colpito in passato l’Umbria e le Marche. Si tratta di una vicenda che mobiliterà il paese per diverse settimane”.

Il Presidente della Regione Molise Michele Iorio appena dopo il sisma di questa notte, in Abruzzo, ha dato mandato alla Protezione Civile Regionale di inviare immediatamente la Colonna Mobile per i primissimi soccorsi alla popolazione. Il Presidente Iorio ha quindi messo a disposizione dell’Abruzzo tutte le strutture sanitarie del Molise per ospitare i feriti provenienti dai vari centri colpiti dal “Desideriamo porgere

le nostre condoglianze

alle famiglie italiane

colpite dal terremoto. La Colonna mobile molisana realizzerà un campo a l’Aquila in Piazza D’Armi. Sono appena partiti anche il secondo e terzo modulo (con grado di emergenza H 12) della stessa Colonna Mobile costituita da 80 volontari, che oltre a trasportare altre attrezzature e 3 autobotti per l’acqua, daranno assistenza logistica alla popolazione.

Parallelamente il Presidente Iorio, coordinandosi con le Prefetture di Campobasso e Isernia, ha avviato le procedure per la verifica di tutti gli edifici pubblici e particolarmente di quelli scolastici del Molise. Questo al fine di avere certezza delle reali condizioni di ogni immobile ed assicurare un loro tranquilla fruizione.

Martedì7 Aprile. Due giovani molisani, di Bojano e Carovilli, sono sin da subito risultatidispersimentre altri giovani sono rimasti feriti. Una Studentessa di Termoli fugge dopo il terremoto da L’Aquila in pigiama. Viva per miracolo èsotto schoc.

Hanno visto la morte in faccia, sono scampati per miracolo al terremoto di L’Aquila, Antonio Gianfelice di 80 anni e la moglie Iana Battaglia di 78 anni,di Termoli e proprietari di una casa in località Coppido a L’Aquila, riusciti ad arrivare a Termolioggi dove abitano stabilmente. Ma e’ il pianto di qualche familiare che rida’ il segnale al rumore delle macchine escavatrici, alle braccia instancabili di tutti quelli che tra queste macerie sudano e imprecano per strappare alla morte qualche altro abitante sorpreso nel sonno da questa immane tragedia.

Si continua a scavare all’Aquila in almeno cinque punti critici della citta’ dove intere palazzine sono venute giu’ come castelli di sabbia imprigionando tutto e tutti. Soprattutto gli universitari, i cui parenti adesso assistono chi in lacrime, chi con lo sguardo fisso, chi inebetito, al lavoro dei soccorritori. Si cerca perfino nello squillo dei cellulari, come traccia o segnale che avvicini i soccorritori ai corpi. La scena di disperazione e l’intervento di squadre tecniche di speleologi, si cerca di andare a conquistare qualsiasi anfratto tra le macerie dove si spera possano essere state create delle camere d’aria che possano salvare gli abitanti dei palazzi. Le ricerche sono frenetiche, non si riesce ancora a definire bene il numero delle persone sepolte, e per questo si cerca di carpire qualsiasi dettaglio o informazione ad amici, conoscenti e familiari. Ed e’ ancor piu’ drammatico quando dalle macerie i bracci meccanici delle ruspe tirano via tra colonne di cemento armato e termosifoni anche i lettini di inermi bambini. Nella tarda serata di ieri l’altroe’ stato recuperato il corpo di Danilo Ciolli. E’ lo studente di 25 anni diCarovilli. Il sindaco del paese ha gia’ annunciato il lutto cittadino. Ieri è stato riconosciuto all’obitorio allestito all’Aquila il corpo di Vittorio Tagliente,25 anni,laureando in ingegneria di Isernia. Le altre vittime molisane sono: Ernesto Sferra, 80enne di Carovilli e Luana Paglione 40 anni di Capracotta. Oggi, purtroppo, è stato trovato cadavere anche Elvio Romano, lo studente di ingegneria di 25 anni ed un altro giovane.

Venerdì10 Aprile. La giornata del silenzio. Le vittime accertate del terremoto finora sono 293, alle ore 11 si sono svolte le esequie solenni per205 di loro, sul piazzale della scuola della Guardia di Finanzaa Coppitopiccolo centro alle porte dell’Aquila. Il momento della commozione e della preghiera, con 5000 persone in piazza, molte persone hanno preferito rimanere in tenda per non riviverequei momenti drammatici, dove ognuno stà da poco elaborando la perdita dei propri cari.

LA LISTA DELLE VITTIME DEL TERREMOTO

Nuove scosse

6 Aprile ore 18,38 magnitudo 4.1, proprio mentre era in corso la conferenza stampa della commissione Grandi rischi, una nuova, forte scossa di terremoto ha fatto tremare per tre lunghi secondi la terra all’Aquila.
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ugg austraila La dieta per perdere 5 Kg senza soffrire la fame

Rieccoci a parlare di salute e forma fisica e, nello specifico, dei modi per riuscire ad ottenere un risultato ben preciso. Oggi, quindi, vediamo se è possibile riuscire a trovare una dieta per perdere 5 chili senza soffrire la fame.

Generalmente è bene diffidare di tutti quei suggerimenti che spingono ad ottenere risultati velocemente e che magari nell’immediatezza sembrano funzionare ma che a lungo andare, a volte anche in tempi decisamente brevi, ci portano al punto di partenza o, peggio, ad ottenere un risultato peggiore dello stato in cui siamo partiti.

Se si vogliono perdere 5 chili, che non sono molti ma che comunque riescono a fare la differenza per chi è leggermente in sovrappeso, è bene comprendere sin dall’inizio che l’approccio migliore per ottenere qualche risultato è quello di procedere con calma e senza fretta, così da raggiungere lo scopo prefissatosi senza alcun danno o controindicazioni per la salute.

1. Al risveglio l’organismo, a digiuno da molte ore, ha pochi zuccheri e dunque per muoversi deve trarre energia dai grassi. Basta un’ora al giorno di camminata a ritmo sostenuto per consumare fino a 350 calorie, se proprio girare a piedi non fa per voi, un’ottima alternativa è la bicicletta: l’importante è non avere ritmi rilassati. Al bando, dunque, bus e motorino: muovere le gambe aiuta anche a contrastare ritenzione idrica e cellulite.2. Prima di pranzo e cena mangiate un’insalata mista condita con moderazione: aiuterà a placare la fame. La verdura ha poche calorie, ma riempie perché è molto acquosa: raggiunto il senso di sazietà, mangeremo in quantità ridotta a pranzo.

3. No ai digiuni: se avete necessità di depurarvi meglio un giorno a “verdura e frutta”, anche spremuta, si introducono così acqua, minerali e vitamine utili al metabolismo.

4. Non riuscite a rinunciare alla pasta? Mangiatela, ma solo a pranzo, i carboidrati consumati la sera bloccano gli ormoni lipolitici, che riducono il tessuto adiposo. Per lo stesso motivo, cercate di non accompagnarli con lipidi e proteine.

5. Cercate di non terminare il vostro pranzo in meno di 20 minuti. E’ il tempo necessario perché si manifesti il senso di sazietà.

6. Raggruppate gli esercizi per glutei, gambe, addominali in un circuito: ovvero non fate pause tra l’uno e l’altro, così aumenta l’attività cardiovascolare e il dispendio calorico e si tonificano i muscoli.

7. Dimezzate le porzioni dei piatti principali: aiuta a perdere un paio di chili senza sacrifici. Mezzo piatto di pasta, mezza pizza. sarà facile passare dalle 1800 2000 calorie quotidiane alle 1500 ma,
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come sempre, non esagerate: una dieta drastica rallenta il metabolismo.

8. Un organismo stanco rallenta tutte le funzioni, metabolismo compreso, con effetti dannosi per la linea. Se si dorme poco si alterano i picchi di cortisolo e di somatropo, due ormoni che facilitano la mobilitazione dei grassi. Passare da poche ore di sonno a dormirne il giusto numero (mediamente sono raccomandabili sette ore di sonno per notte) può portare una persona a perdere fino 6 chili in un anno.

9. Bevete molto, almeno due litri di acqua al giorno, evitate le bevande gassate e riducete drasticamente quelle alcoliche.

10. Prepara per le tue cene tre tipi diversi di verdure. Mangerai più verdure senza troppa fatica e allo stesso tempo diminuirai le calorie assimilate in ogni singola cena. Avere a disposizione più alternative funziona come stimolo per mangiare di più e servire tre tipi diversi di verdure per ogni cena, è un gran modo per mangiare più fibre, assimilare meno calorie e dimagrire senza soffrire la fame.

11. Cereali integrali come il riso integrale, l’orzo, l’avena, il grano saraceno, ma anche la pasta integrale, fanno tutti parte di una buona strategia per la perdita di peso senza sottoporsi a regimi ipocalorici. Gli alimenti integrali sostano maggiormente nell’intestino e favoriscono il senso di sazietà e soddisfazione. In questo modo ti serviranno meno calorie per ogni pasto. Inoltre utilizzando farine integrali migliorerai la regolarità del tuo intestino oltre a diminuire il rischio di patologie cardiovascolari.

12. Diverse ricerche in campo medico provano che bere giornalmente una o due tazze di tè verde accelera il metabolismo attraverso l’azione di una sostanza fitochimicha chiamata catechina. Inoltre il tè verde ha un provato effetto diuretico, di soppressore dell’appetito, antiossidante, combatte il colesterolo e previene alcune forme di tumore.

13. Mangiando a casa, non solo potrai programmare la tua alimentazione in modo corretto e soddisfacendo allo stesso modo il tuo appetito, ma riuscirai più facilmente a introdurre cibi genuini, freschi, con meno grassi e associati correttamente fra di loro. Inoltre sarai in grado di seguire più fedelmente quanto di nuovo stai imparando oggi stesso, senza parlare dei vantaggi economici che di questi periodi non sono sicuramente trascurabili.

14. La maggior parte delle persone che non hanno problemi di peso, mangia in modo del tutto naturale facendo delle pause e socializzando maggiormente con gli altri commensali. Fai attenzione e dopo un paio di bocconi o anche tre, poggia la forchetta sulla tavola e sposta la tua attenzione su chi hai di fronte.

15. Mangiare più spesso vegetariano è senza ombra di dubbio una buona regola per chi vuole dimagrire. Fagioli, zuppa di lenticchie, e altri gustosi cibi a base di legumi sono ricchi di fibra e danno un apporto di nutrienti nobile dal punto di vista nutrizionale. Oltre alle classiche verdure, puoi utilizzare alcuni alimenti caratteristici di un regime vegetariano, che sono in grado di aiutarti nel tagliare le calorie giornaliere senza diminuire il senso si soddisfazione. Esempi sono il seitan, la soia, il tofu, il kamut e altro.
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C una volta la signora Stefania detta Stefi, alla brianzola titolare di un negozio “in centro ma non proprio in centro”, bionda, magra e sorridente, anche molto chic. Io e mia madre le facevamo visita due o tre volte l si compravano un paio di maglioni e il cappotto (o il piumino) d le magliette e i vestiti senza maniche d Si andava in tre io, mia madre e mio fratello perché il suo negozio vendeva capi da donna e da bambino/a e si usciva con tre buste grandi e un po di sconto, salutandosi in attesa della prossima occasione o, più probabilmente della prossima stagione. Negli anni Duemila i vestiti a casa mia si compravano così: “di marca” ma mai davvero alla moda, di qualità, destinati a durare. E così è andata fino all del low cost: quello di Zara H Mango e tanti altri nomi.

Nomi che oggi troneggiano nel “centro centro” delle più grandi città del mondo, con negozi a svariati piani e dalla posizione invidiabile. Con migliaia di persone che ogni giorno entrano ed escono, e comprano qualcosa che potrebbe non durare a lungo, ma, di fatto, è pensato e creato in fretta per essere consumato in fretta. Siamo nell del fast fashion e non è un mistero per nessuno.

Il potere d è diminuito specialmente quando si parla di Italia: secondo il Fashion Consumer Panel di Sita Ricerca nei primi 4 mesi del 2014 la spesa degli italiani in scarpe (escluse le sneaker) è calata del 5,4% rispetto all precedente e la crisi ha condizionato l dei consumatori. Che, impauriti dalla prospettiva (che in molti casi è stata o è una realtà) di perdere il lavoro o, comunque, avere meno soldi in cassa, hanno preferito astenersi dallo shopping. In questa trasformazione economica e sociale si è inserito il mondo del fast fashion che un po ha cavalcato le conseguenze della crisi (posso spendere poco= compro qualcosa dal prezzo basso), un po ha rieducato i consumatori. Non tutti, certo: i top spender quelli che sborsano decine di migliaia di euro l in abbigliamento e accessori: la maggior parte non sono italiani sono rimasti tali. Anzi: pensano al fast fashion come a un divertimento complementare. La maglia da 49,99 indossata con la borsa da 5mila: un modo come un altro per far capire che chi comanda (in termini di potere d può fare ciò che vuole.

La middle class, invece, che dalla crisi (che non è finita: l detto anche Matteo Renzi alla conferenza stampa di apertura di Pitti, fiera di moda maschile che si tiene a Firenze due volte l e rappresenta un importante vetrina per la moda italiana) è uscita in ginocchio, ha virato verso il basso e scelto di spendere meno anche se, in molti casi, significa spendere peggio. Un atteggiamento che ha assottigliato i fatturati delle aziende di fascia media: brand che, per sopravvivere, hanno dovuto studiare un nuovo posizionamento, alzando i prezzi e la qualità o abbassandoli. E non sempre con risultati positivi: molti di questi brand, infatti, sono scomparsi.

L d del fast fashion ha mutato in modo definitivo le tempistiche di produzione e commercializzazione delle collezioni: oggi dall al prodotto in negozio passano solo un paio di settimane, al massimo un mese, quando si parla di prodotti low cost, e le case di moda si sono adeguate a questi ritmi nuovi e più contemporanei frammentando le care vecchie collezioni stagionali in pre collezioni e capsule collection (sono mini collezioni, spesso in edizione limitata che invogliano il cliente ad acquistare qualcosa al di là della necessità in virtù del fatto che sono un evento spot). E, soprattutto, ha colpito i canali tradizionali di distribuzione dei prodotti moda: i multimarca, per esempio, che un tempo erano ben forniti di prodotti a prezzo medio e, per le ragioni già evidenziate, hanno visto scomparire questa fascia di prodotti o hanno cominciato a vederli rimanere sugli scaffali. Perché comprare un paio di pantaloni da 100 euro che sono fatti in Cina, molto probabilmente, se ne posso spendere 39,90 da Zara, del resto? Lo sa bene la signora Stefania di cui sopra che ha chiuso il suo negozio almeno un paio di anni fa.

Dopo aver impresso una svolta decisa al settore moda “come lo intendevamo una volta” il fast fashion ha cominciato a prendere le misure del mercato. Lo hanno fatto i giganti come Inditex e H in primis. Che oggi devono fare i conti con tassi di crescita ben lontani da quelli degli inizi. Inditex, colosso iberico cui fanno capo i marchi Zara, Massimo Dutti, Stradivarius e Pull tra gli altri, ha chiuso il 2013 con un fatturato è cresciuto del 5% a 16,72 miliardi di euro e gli utili dell toccando i 2,38 miliardi: risultati mediocri se comparati con quelli dei cinque anni precedenti. Nel 2012, tanto per fare un esempio, le vendite del gruppo erano cresciute del 16% mentre l netto aveva segnato un promettente +22%. Il gruppo di Ortega che è l più ricco d ha risposto alla crescita blanda con un programma serrato di investimenti retail: ad oggi conta oltre 6300 punti vendita, ma l è quello di incanalare nello sviluppo retail altri 1,35 miliardi. Per quanto riguarda Zara, Inditex pare aver stretto il focus su un mix tra qualità e stile dei prodotti, entrambi maggiori rispetto al passato. Anche i prezzi sono cresciuti rispetto al passato: di fatto Zara è ormai un marchio established e la sua clientela di riferimento non acquista più un capo solo perché costa poco.

Anche il gruppo svedese Hennes Mauritz negli ultimi due anni ha cambiato strategia: da entità focalizzata su un unico brand, H appunto, sta diventando un gruppo multimarca con la creazione di Cos e Other Stories, marchi più sofisticati sul piano del design e della varietà di proposte ( Stories, per esempio, deve gran parte delle sue vendite agli accessori e vanta una linea beauty di alta qualità a prezzi medio bassi). I risultati non sono tardati ad arrivare: se il gruppo ha archiviato il 2013 con un fatturato di 150 milioni di corone svedesi (circa 17 miliardi di euro; +9% sull finanziario precedente) e con un utile netto di 17,2 miliardi di corone (1,9 miliardi di euro), i primi sei mesi del 2014 sono andati bene: il fatturato si è attestato sui 7,7 miliardi di euro (69,97 miliardi di corone svedesi) con un incremento in corone del 17%. La strategia, dunque, si sta rivelando decisiva: oltre agli investimenti retail (uno strumento ad alta redditività) Il gruppo ha annunciato il lancio in autunno di una nuova gamma, più ampia, di calzature. Le scarpe a marchio Stories hanno un prezzo che varia dai 65 ai 120 euro (controllabile comodamente sul sito, già attivo sul mercato italiano: prezzi lontani da quelli di H decisamente più alti.

Cosa rimane del vecchio caro low cost? Qualche collaborazione spot che lo identifica ancora come veicolo di “democratizzazione” di firme che fino ad oggi sono state per pochi. Un modello di business ampiamente sperimentato proprio in casa H con le collezioni andate letteralmente a ruba disegnate da Karl Lagerfeld, Versace, Marni e molti altri. La prossima sarà quella di Alexander Wang, designer americano di origini cinesi che, direttore della maison Balenciaga da un anno o poco più, non smettere di promuovere il proprio brand. E lo fa anche attraverso una capsule collection low cost, rigorosamente in serie limitata. Da ultimo, Custo Barcelona che ha creato una capsule di abbigliamento per Lidl Spagna: 22 pezzi per dare vita ad una collezione “Growing by Custo” che lo stesso designer, Custo Dalmau, ha definito moda fcil. Secondo quanto comunicato dall’azienda, gli oltre 300mila prodotti sono andati esauriti in una sola settimana di vendita. La catena di supermercati, fondata in Germania negli anni Trenta e sbarcata in Italia nel 1992, non ha escluso di poter replicare l

Intanto, anche in Italia, Lidl cambia pelle: raffina i propri spot pubblicitari (di cui in passato si sono sprecate le parodie) che promettono uno stile cool a prezzi bassi: top a 4,99, pantaloni a 7,99 e sandali a 9,99. Che sia arrivato il tempo di un nuovo low cost (ancora più low)?
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ugg spray La forza di ricominciare

Eccomi qui da voi, finalmente un con persone belle e brave. Rossella ad esempio è una donna dinamica e piena di iniziative, Ketty, la nostra rossa simpatica e spontanea, Irene bravissima, le sue mani mi rilassano incredibilmente, poi c Rosa sempre in linea nonostante sia diventata da poco mamma, c anche la solare Angela sempre in cerca di accontentarmi. Insomma tutti formidabili! Da quando ho messo i miei capelli nelle loro mani sono diventata Sheron Stone, mi sento più sicura e più bella.

Tornando alla mia vita posso dire che non è stata molto clemente con me. Ho dovuto affrontare tante difficoltà come se fossi venuta al mondo per fare la Ho avuto un tra alti e bassi con seri problemi economici, cresciuta però nell della mia famiglia. Sono gemella con un fratello bellissimo e ho una sorella che amo tanto: loro sono i miei gioielli, sono loro la mia forza! Sin da piccola ho avuto il desiderio di una mia famiglia, tanti figli e un marito da amare tanto, definisco infatti una donna che sia moglie e mamma felice.

Dopo un periodo buio mi son fatta forza e sono andata avanti, dentro di me però ero molto insoddisfatta, perché avevo sempre la voglia di crearmi una famiglia. Ho fatto tanti lavori, ma tutti precari. All di 24 anni ho incontrato un altro uomo, presentato da mio cugino che a sua volta aveva sposato la mia migliore amica, bell ma quasi dieci anni più grande di me. Antonello il suo nome. Ci siamo frequentati per otto mesi, mi riempiva di tanto amore fino alla proposta di matrimonio. Accettai con tanta felicità: mio sogno sta per avverarsi pensavo. Preparativi per il matrimonio andati alla grande, ma quel giorno, il 7 giugno 1985 successe una cosa terribile. Mentre infilavo l da sposa non volevo più prepararmi, non volevo più sposarmi. Ne parlai con mia madre, lei mi rassicurò dicendo che fosse normale. Una volta arrivata in chiesa parenti e amici erano tutti lì, tutti a farmi i complimenti, io ridevo ma c qualcosa che non andava. Volevo scappare lontano, ma ero impotente. In chiesa erano tutti compiaciuti, lui era lì, mio padre mi lasciò il braccio. Da lì cominciò la tortura. Al ristorante balli, cibo, scherzi per lo sposo e la sposa quasi tutto perfetto, ma io non ero contenta, volevo scappare. Finita la festa andammo in stanza ,
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andai ad indossare un completino sexy, ma non servì a nulla dato che lui era intento a contare i soldi ricevuti in regalo dai parenti. Dopo la conta andò in bagno, si cambiò e si addormentò. La mattina seguentemi portò in banca per depositare i soldi, non tutti però. Con una parte infatti pagò un visone acquistato per la sua amante.

Partimmo per il viaggio di nozze, il solito Roma, Milano, Venezia, Firenze. E per forza di cose consumammo il matrimonio, ma credo non mi amasse più. Qualche giorno dopo scoprii di essere incinta: ero felicissima! Speravo si sarebbe attaccato di più, ma non fu così. Il mio pancione cresceva, la mia principessa diventava sempre più grande. il 10 giugno la nascita. Mio marito miparcheggiò in ospedale, lui stava in giro, con le sue donne, io me la cavavo grazie a mio madre. Nel frattempo acasa incominciarono ad arrivare telefonate offensive: marito è mio mi dicevano vattene va ti lascio immaginare quello che succede tra noi. L mi feceentrare in ufficio,accanto un stanza, lìc mio marito con una donna, stavano facendo l Dopo averli guardati in faccia andai via. Rientrai in casa, presi mia figlia e scappai. Da lì ebbe inizio una guerra tra avvocati e giudici. Lui usava mia figlia contro di me, non accettò infatti mai la nostra separazione. Mi rimboccai le maniche e trovai dei lavori che mi permisero di crescere la piccola in una casa tutta nostra. Ogni fine settimana mia figlia cresceva tra cubiste e poco di buono, lui mi faceva i dispetti e le strappava vestiti e scarpe per darmi altre spese. Tutto fin quando la bimba diventò donna, a 16 anni non volle più vederla anche perché nel frattempo si era già risposato.

Dopo sei anni peròentrò in negozio un cliente particolare. Dopo otto mesi accettai di sposarci, eravamo veramente felici,compresa mia figlia. Diventò nervoso e lamentoso, mia madre nel frattempo fu sottoposta ad un serio intervento chirurgico, così lui mi propose di vendere casa mia e dei miei per trasferirci in un casa tutti insieme. Dopo qualche titubanza accettai. I problemi furono più brutti di prima. Cominciò a trattare male mia figlia, tentò di cacciare i miei genitori, alzava le mani ma mi diceva Amo e lo scriveva pure sui muri di casa, io nel frattempo persi il lavoro e nuovamente la mia vita.

Qualcuno lassù però mi ha tese una mano e mi rialzai anche questa volta. Oggi lavoro come assistenza agli anziani e sto cercando di recuperare la mia famiglia, la mia casa, la mia vita e vi assicuro che è difficilissimo. Vivo da 25 anni tra avvocati e tribunali, mi sento in colpa perché ho trascinato tutti nel baratro dell ma cerco di andare avanti. Ho incontrato degli amici, ma resto pur sempre infelice e insoddisfatta, lavoro sodo ma lo faccio soltanto per pagare le spese.
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jimmy choo ugg La listeria non è un’esclusiva dei formaggi a latte crudo

Fare una buona informazione presuppone prima di tutto il dovere di informarsi, senza lasciare nulla al caso né tantomeno mettersi a scrivere basandosi sugli stupidi luoghi comuni che affollano la propria ignoranza. Eppure no, ancora oggi questo accade, e accade ancora una volta in tema di tossinfezioni alimentari, in redazioni in cui mai si penserebbe che ciò potesse accadere.

Ci riferiamo all’ultimo grave caso di listeriosi avvenuto negli Usa, che ha coinvolto sei persone due delle quali poi morte a seguito dell’ingestione di formaggio. A riferirne tra gli altri in Italia sono stati i quotidiani web Dissapore e Il Fatto Alimentare, entrambi enfatizzando il fatto che si trattasse di un formaggio a latte crudo, come se la listeria riguardasse solo i formaggi non pastorizzati.

In entrambi gli articoli, la natura del formaggio che ha causato il problema è stata messa in grande risalto sin dai titoli: “Si continua a morire dopo aver mangiato formaggio a latte crudo” quello di Dissapore, e “Stati Uniti: due morti per epidemia di listeriosi causata da formaggio molle prodotto con latte crudo” quello del Fatto Alimentare.

Più in dettaglio l’inadeguatezza degli autori dei due testi a trattare questo tema si apprezza leggendo errori su errori, come quando Cinzia Alfè di Dissapore racconta che questi formaggi sono “apprezzati per il loro sapore pronunciato”, quando le differenze dai formaggi pastorizzati sono di sicuro ben altre: al gusto certamente più complessi (e non pronunciati!) ma soprattutto con un bagaglio di nutrienti che la pastorizzazione cancella, cancellando sia i microrganismi patogeni che quelli utili.

Ma non finisce qui: la stessa Alfè, oltre a confondere la lavorazione a latte crudo con “i formaggi a pasta cruda” fa poi un minestrone di problematiche che negli Usa sono diventate un’ossessione per i vertici della Food and Drug Administration: dalle tavole in legno alla qualità dell’acqua, alle calzature sporche: tutto appare mortalmente temibile, oltre che confusionario, sino a definire “meno rigorosi” i regolamenti statunitensi sulla produzione di formaggio,
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laddove la fobia igienistadella Fda sta facendo più danni ai piccoli produttori a latte crudo di quanti ne abbia fatti Carlo in Francia.

Un poco meno peggio va a Giulia Crepaldi del Fatto Alimentare, che oltre a stigmatizzare l’origine del problema nel titolo (i titoli però sono spesso scritti in redazione) si premura di non danneggiare la reputazione delle grandi Dop, affermando, in chiusura dell’articolo che “Il problema della Listeria non si pone per i formaggi preparati con latte crudo ma sottoposti a lunga stagionatura tipo grana”. La verità più vera è che il problema della listeria non si pone dopo i 60 giorni dalla caseificazione.

A quanti siano giunti a leggere sin qua, ecco il “dono” di una importante chiave di lettura, che la stessa stampa americana ci ha offerto in questi giorni, a confermare che la listeria colpisce anche i formaggi da latte pastorizzato: appena cinque giorni fa 10 tonnellate (un’enormità!) di formaggio fuso per pizza surgelata, sono state ritirate dal mercato negli Stati Uniti, e indovinate un po’ perché? Per la listeria, che è evidente quindi vive e si propaga anche attraverso i formaggi pastorizzati e industriali. Gli increduli possono leggere qui e qui.

A chi pensi infine che quest’ultimo sia un caso isolato e straordinario, suggeriamo la lettura di un nostro articolo di qualche tempo fa, intitolato “La listeria colpisce sia i formaggi a latte crudo che i pastorizzati”, in cui sono collezionati diversi articoli dedicati a casi di listeria occorsi in Italia e nel mondo a causa di formaggi pastorizzati, e industriali.

Come vedete, sarebbe semplice fare informazione in maniera corrett. Basterebbe tenersi ben informati, o anche dare solo un’occhiata alla rassegna stampa, prima di accingersi a scrivere un pezzo.
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ugg boots classic tall la donna che sfrutta il testosterone due volte

Una donna è come una bustina di thé: non sai quanto sia forte finché non la metti nell’acqua bollente. Christine Lagarde, divorziata, due figli che si vanta di chiamare due volte al giorno, ama ripetere questa battuta di Eleanor Roosevelt. Capelli bianchi, ex campionessa di nuoto sincronizzato, una volta dimenticò di mettersi le scarpe e uscì in ciabatte ma, col suo metro e ottanta, nessuno se ne accorse. La sua brillante carriera ha beneficiato più di una volta degli scandali sessuali, veri e presunti, in cui incappano gli uomini arrapati. E, nel caso della sua ascesa al vertice del Fondo Monetario, anche del fatto che, come ha scritto Sebastian Mallaby sul Washington Post,Obama non è paragonabile a Franklin Delano Roosevelt, quello che di Eleanor fu il marito.

Figlia di un docente di letteratura inglese e di un’insegnante di scuola elementare, ha resistito come ministro delle Finanze di un tipo nervosetto e arrogante come Sarkozy per quattro anni, mentre nella decade precedente Parigi aveva cambiato otto titolari del dicastero. Alle conferenze stampa appare sempre disponibile e gentile, a differenza del suo boss, mentre a Bruxelles tratta il presidente Barroso come il suo cagnolino, ma lo fa con grande garbo ed eleganza. Grazie alla sua svettante altezza, i vertici del G8 erano soprannominati “Bianca Neve e i sette nani”. Fra i suoi trionfi, una classifica dei migliori ministri delle Finanze fatta dal Financial Times nel 2009 che la vedeva saldamente in testa (mentre Tremonti era quinto).

Ora lascia la Francia dopo che il Pil è aumentato dello 0,9% nel primo trimestre, prevedendo una crescita dell’1,5% per il 2011 e con una disoccupazione che, al 9,
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7%, non è esattamente uno scherzo. Ma soprattutto lascia le banche francesi fra le più esposte insieme alle tedesche verso la Grecia, un fattore che non la renderebbe di per sé la miglior scelta possibile per lo scranno del Fondo Monetario. Quando ha detto che nel caso dell’elezione a direttore generale del Fondo la nazionalità non dovrebbe importare ma solo il merito e la competenza, è riuscita a far ridere mezzo mondo. Quando poi i francesi l’hanno difesa dicendo che in un momento di crisi europea occorre un europeo, ha riso l’altra metà del mondo, quella memore che nel 1997, all’epoca della crisi asiatica, nessuno propose un thailandese né nel 2002 si pensò a un argentino.

Ma, appunto, un ruolo importante per l’ascesa di questa 55enne che è stata la prima donna a coprire il ruolo di ministro delle Finanze in Francia e nei paesi G8 lo hanno giocato gli scandali sessuali. Non solo quello fasullo che ha travolto Dominique Strauss Khan che ora si spera possa utilizzare la trappola che gli hanno teso per candidarsi coi socialisti e mandare a casa quel Sarkozy di cui raccontammo subito gli storici e sospetti rapporti con la polizia di New York. La prima volta di Christine Madeleine Odette Lagarde, nata Lallouette, fu nel 1999 quando venne nominata a capo dello studio legale Baker McKenzie, una delle più grandi corporate law firm con base a Chicago. Anche in questo caso ci fu lo zampino del testosterone. Cinque anni prima una corte di San Francisco ordinò allo studio legale di pagare 7 milioni di dollari per un caso di abuso sessuale.

L’accusa era di aver saputo dei problemi ormonali del partner Martin Greenstein ma non aver fatto nulla. L’impiegata della sede di Palo Alto Rena Weeks lo accusò di diverse molestie fra cui di averle toccato il seno mentre le versava M nel taschino della camicia. Altre sei dipendenti denunciarono fatti simili. L’anno successivo alla sconfitta in tribunale dello studio Backer McKenzie, Christine Lagarde fu eletta nel comitato esecutivo, anche in questo caso, unica donna. Quattro anni dopo ne divenne il capo (il 91% dei partner erano uomini).

A parte la spinta che le hanno sempre fornitoindomiti ormoni maschili resta un punto politico che è quello denunciato da Mallaby, il quale, oltre a scrivere sul Washington Post, è anche analista alCouncil on Foreign Affairs che ha storicamente un ruolo di prezioso consigliere dell’Amministrazione. La scelta della Lagarde, ha scritto Mallaby, è decisamente sbagliata perché come ministro delle finanze è stato al centro del fallimentare approccio alla crisi greca. Già DSK, con gli occhi fissi sull’Eliseo, era troppo vicino a Parigi e Berlino ma la Lagarde è l’ultima persona a cui uno si rivolgerebbe per avere consigli freschi e indipendenti. Alla conferenza di Bretton Woods, John Maynard Keynes espresse una serie di dubbi sulla creazione di un’istituzione che metteva attorno al tavolo 44 governi, ma Roosevelt fece spallucce davanti a quella che venne letta come arroganza degli europei. Questa volta, attacca Mallaby,
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Obama non ne ha avuto il coraggio. Spianando la strada all’idea che a curare il continente più malato non sia un medico ma un paziente.

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Il viola è davvero diventato un prblema per la moda. Va di moda troppo tempo e per questo ormai tuttp è viola. bisogna variare ogni tanto e rendere la moda propria. non farsi plagiare da questa. Secondo me comunque sono bellissimi gli stivali color cuoio con la suola bassissima, abbinati magari a borse dello stesso colore enormi. i cardigan sono bellissimi e rendono elegante e raffinato anche lo stile per tutti i giorni. i vestitini di lana che ultimamente vanno molto di moda sono bellissimi. Il viola è davvero diventato un prblema per la moda. Va di moda troppo tempo e per questo ormai tuttp è viola. bisogna variare ogni tanto e rendere la moda propria. non farsi plagiare da questa. Secondo me comunque sono bellissimi gli stivali color cuoio con la suola bassissima, abbinati magari a borse dello stesso colore enormi. i cardigan sono bellissimi e rendono elegante e raffinato anche lo stile per tutti i giorni. i vestitini di lana che ultimamente vanno molto di moda sono bellissimi. Non mi piacciono i vestiti a palloncino,
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gli stivali con il tacco troppo alti, tutto ciò che è griffato fendi per gli uomini (è troppo rozzo un uomo che veste fendi.)

NON SO COSA VA DI MODA E COSA NO, ALLA FINE OGNUNO DI NOI PERSONALIZZA MOLTO LA MODA CORRENTE CREDO SENZA LASCIARSI GLOBALIZZARE DA CIò CHE MAGARI VA DI MODA MA NON PIACE O NON SI CONFà L PROPRIO STILE DI VITA O MODO DI ESSERE;
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SARà CAPITATO A TUTTE DI INDOSSARE QUALCOSA E VOLERLA COMPRARE SAPENDO CHE VA DI MODA MA SENZA SENTIRLA VERAMENTE PARTE DI NOI.

stivaletti ugg prezzi La frazione di Khaddiuggia nel comune di Pantelleria TP Sicilia

Vi sono a Khaddiuggia 0 residenti di età pari a 15 anni o più. Di questi 0 risultano occupati e 0 precedentemente occupati ma adesso disoccupati e in cerca di nuova occupazione. Il totale dei maschi residenti di età pari a 15 annni o più è di 0 individui, dei quali 0 occupati e 0 precedentemente occupati ma adesso disoccupati e in cerca di nuova occupazionee. Il totale delle femmine residenti di età pari a 15 annni o più è di 0 unità delle quali 0 sono occupate e 0 sono state precedentemente occupate ma adesso sono disoccupate e in cerca di nuova occupazione.

Famiglie e loro numerosità di componenti

Sono presenti a Khaddiuggia complessivamente 5 edifici, dei quali solo 3 utilizzati. Di questi ultimi 3 sono adibiti a edilizia residenziale, 0 sono invece destinati a uso produttivo, commerciale o altro. Dei 3 edifici adibiti a edilizia residenziale 2 edifici sono stati costruiti in muratura portante, 1 in cemento armato e 0 utilizzando altri materiali, quali acciao, legno o altro. Degli edifici costruiti a scopo residenziale 0 sono in ottimo stato, 2 sono in buono stato, 1 sono in uno stato mediocre e 0 in uno stato pessimo.

Nelle tre tabelle seguenti gli edifici ad uso residenziale di Khaddiuggia vengono classificati per data di costruzione, per numero di piani e per numero di interni.

Gli edifici a Khaddiuggia per data di costruzione

Gli edifici a Khaddiuggia per numero di piani

Numero di pianiUnoDueTreQuattro o piùGli edifici a Khaddiuggia per numero di interni

Numero di interniUnoDueDa tre a quattroDa cinque a ottoDa nove a quindiciSedici e oltre

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Viene proposto un primo video: cliccando sul pulsante il video verrà visualizzato.

All’interno del video sono presenti diversi comandi e un pulsante Playlist .

Premendo il pulsante Playlist si accede alla lista completa dei video disponibili, completi di titoli. Sarà sufficiente scorrere la lista utilizzando il cursore presente per accedere a uno qualsiasi dei video.

Dopo avere avviato il video è possibile utilizzare i tasti e per visualizzare il video precedente o quello successivo. Ogni video può essere visualizzato a schermo intero. In ogni momento, a norma dell’art. RETI E SISTEMI Srl si riserva il diritto di non accettare la richiesta pervenuta o di adattarne il contenuto per esigenze interne.
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Novembre a Milano: per molti, una lunga e noiosa attesa prima dell’agognato periodo natalizio, per pochi eletti, invece, un’estenuante maratona per accaparrarsi l’outfit da sogno con sconti da capogiro. Il mondo delle press sales, o sample sales, note anche come svendite per la stampa, è appannaggio di uno zoccolo duro di fedelissime disposte a sopportare file infinite, gomitate nello stomaco e trasbordi da un capo all’altro della città pur di riuscire a ottenere borse, scarpe e abiti dei loro fashion brand preferiti con quell’80% in meno sul prezzo di listino che sarebbe impensabile durante i normali saldi riservati ai comuni mortali.

Andiamo con ordine: nate come un’iniziativa riservata esclusivamente a giornalisti di riviste di moda e dipendenti a cui viene spesso dedicato un giorno ad hoc con ingresso nominale negli anni le svendite hanno aperto anche a quelli che in gergo vengono chiamati “family and friends”, ossia completi sconosciuti che non hanno la fortuna di rientrare nelle suddette categorie, ma che grazie alla giusta soffiata riescono a sapere con un po’ di anticipo dove e quando il marchio che da anni venerano darà loro la possibilità di entrare a far parte della cerchia di eletti. I mesi “caldi” sono novembre per le collezioni invernali e maggio per quelle estive: basta solo avere un’amica disposta a invitarti al gruppo chiuso di Facebook dove vengono via via postati gli inviti, e il gioco è fatto.

Sono stata ammessa a questo gotha non molte settimane fa, in un momento particolare della mia vita in cui purtroppo o per fortuna ho un sacco di tempo libero da impegnare con attività futili, e da fashionista virtuosa ho approcciato la sfida che mi è stata lanciata con precisione chirurgica, avvalendomi anche di consigli rubati ad avventrici molto più esperte di me, mentre rovistavamo tra maglioni di cachemire in offerta.

Il timing è tutto: una volta in cui viene condiviso l’invito, le adepte consigliano di recarsi in showroom o il giorno di apertura, meglio se al mattino, o quello di chiusura, “perché sai, poi riassortiscono e devono cercare di vendere il più possibile”, mi ha confidato l’annoiata moglie di un avvocato un giorno mentre eravamo in coda, aggiungendo poi di non pagare mai il totale con un’unica carta di credito, ma di suddividerlo scientificamente su due carte e un bancomat, “così mio marito si distrae”, mi spiega. Perché uno degli aspetti a livello sociologico più interessanti dell’esperienza è appunto l’affluenza in quello che sarebbe un normale orario d’ufficio di orde di donne in grado di rimanere pomeriggi interi chiuse dentro una stanza a provarsi tutto ciò che trovano della propria taglia: la disoccupazione o la crisi non sembrano affliggere l’universo delle sample sales, e il pensiero che ti ronza per la testa “ma che cosa farà tutta questa gente per vivere?” viene scalciato via non appena varchi l’ingresso e ti trasformi nella versione modaiola di Alice, non più nel paese delle meraviglie, ma in quello del ribasso.

Arrivate dentro, vige la regola darwiniana secondo cui è il più forte a sopravvivere: fair play, indecisioni e cortesia, oltre a non avere alcun futuro, potrebbero costarti la gonna che vedevi fotografata su Vogue, oggetto di sogni tra il feticista e l’erotico, che vale molto più di qualche spinta. Dopo le fashion blogger non abbastanza famose da meritarsi il pass vip, e quindi irrimediabilmente frustrate perché a quanto pare di insalate bionde ce ne può essere una sola, le più malefiche sono le mamme che volutamente entrano col passeggino o peggio con la carrozzina: abbandonate i buoni sentimenti, questo non è amore genitoriale, ma piuttosto volontà ferrea di ostruire il passaggio, così da guadagnare un intero stand da visionare in santa pace e permettersi il lusso di avere un range di almeno due lunghi minuti per valutare l’acquisto. Ma torniamo alle fashion blogger, creature ultraterrene convinte che fare shopping sia, oltre che una missione divina, un lavoro; le riconoscete perché puntano soprattutto agli accessori e per il look improbabile, della serie ho messo le prime cose che ho trovato ma va bene tanto ho stile: mai, e dico mai, interferire con la loro traiettoria, potreste rimetterci la vita. Io ho rischiato di lasciarci un dito durante la svendita di una famosa stilista britannica, azzardandomi a provare un anello distrattamente appoggiato su un tavolo: quando si è levato l’urlo che ha scosso lo showroom, ho capito che la questione era molto più delicata di quanto avessi creduto, eravamo Frodo contro Sméagol, e l’anello doveva essere portato in salvo a qualunque costo, anche se questo significava strapparmelo di dosso con la forza biascicando senza troppa vergona “il mio tesoro”. Chi prima arriva meglio alloggia quindi, e anche se questo significa dover fare sollevamento pesi,
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meglio raccattare quanta più roba possibile e filare dritto nella zona adibita a camerino di prova.

Che poi, chiamarli “camerini” è un’esagerazione. Se va bene, si tratta di bugigattoli microscopici tipo box doccia con una tenda o un paravento di fortuna che ti separa dalla massa, ma bisogna comunque adattarsi ad ogni evenienza: oggi ad esempio mi sono cambiata in un bagno, la settimana scorsa nello stanzino delle scope, sempre senza fare un plissé. Capita anche e non raramente di essere invitate a entrare in uno stanzone comunitario dove lo spazio è condiviso con le tue avversarie, e qui sì che ogni leggerezza viene punita. Vietato perdere di vista ciò che ti eri provata e avevi abbandonato su una sedia, tempo neanche un minuto e non lo trovi più; vietatissima la confidenza, quando diedi retta a un “mmmm, secondo me quel vestito non ti cade bene sui fianchi”, vidi poi il vestito in questione finire sotto il braccio della mia infida consigliera in tempo zero. L’imperativo in particolare quando si è in gruppo è l’auto giustificazione e l’argomentazione probatoria: “che cosa ne dici di questo cappotto?” “bah, non so ne hai già molti, e comunque costa 250, insomma, se poi conti che hai già preso due abiti, un paio di scarpe” “hai ragione, ma mi risolve QUEL problema che sai che ho con QUELLA gonna, hai presente?” “ah, già, è vero” “e poi insomma, in negozio verrebbe più di 1.000, un’occasione del genere non mi capita più”. Pronunciare la frase in questione significa essere passate al lato oscuro della forza, perché di fronte a un’evidenza simile non c’è nulla che tenga, nemmeno l’ipotesi di un rosso in banca riesce a placare il desiderio bulimico di avere accesso al lusso più sfrenato con cifre da H quel punto, vale tutto, dal strizzarsi in una taglia 40 consapevoli di essere una 44 “Guarda, non me ne frega niente, lo porto dalla sarta e in qualche modo lo faccio allargare” , alla creazione di ipotetici outfit futuri “Beh, questo lo posso di sicuro mettere al matrimonio di Francesca” “Ah maddai, si sposa?” “No, non ancora, ma sono molto innamorati” , fino a falsi slanci di generosità “Se poi vedo che non lo metto, lo do alla filippina che viene a pulirmi casa”.

Uscite indenni dal temibile trittico fila scelta prova, il peggio è quasi passato; stremate ci si avvicina finalmente alla cassa, salvo scoprire maledizione che il pagamento va effettuato solo in contanti. Così, giusto per renderci le cose più difficili e farci rendere conto soldi alla mano a quanto ammonta il nostro personale peccato. L’ansia con cui si chiede alla commessa di turno di “tenere da parte la mia roba” tocca vette inaspettate e il tragitto bancomat showroom è un’esercitazione da centometristi che manco Carl Lewis, ma alla fine sembra che ogni possibile imprevisto sia stato scongiurato. O quasi. Un paio di settimane fa, mentre aspettavo religiosamente il mio turno con le banconote strette nel mio pungo un po’ sudato, vengo avvicinata da un’elegante signora con due telefoni in una mano che squillano all’impazzata e un paio di stivali nell’altra, che disperata mi racconta di dover andare a prendere il figlio a judo, di essere in un mega ritardo e di non poter attendere ulteriormente in coda: “queste scarpe, tu non puoi immaginare quanto le ho cercate, davvero non immagini e adesso le ho trovate, e costano pure un terzo, come faccio a lasciarle qui?”. Già, come fare? Il derby del cuore tra figlio e stivali deve comunque finire in pareggio, per cui la sua proposta era di darmi i soldi e adempiere i suoi doveri di madre, mentre la sottoscritta avrebbe svolto le mansioni di un maggiordomo, recapitandole gli acquisti “da Cova, così magari ti offro un caffè, eh?”
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MONSUMMANO. Le griffe sono il polmone che ha ridato fiato al distretto calzaturiero della Valdinievole, ma possono essere anche la morsa che lo mette in difficoltà. Il rapporto stretto tra le aziende locali e i grandi marchi della moda ha rilanciato un distretto fiaccato dalla crisi dopo il boom degli anni ’80 e ’90 nato sul successo dei mocassini cuciti a mano. Un successo spremuto fino all’ultimo, sfruttato e svenduto a cani e porci, come dice un artigiano storico, fino al rischio di seppellire con il mocassino anche il distretto. Oggi nel sopravvissuto e rigenerato polo delle scarpe operano circa 270 aziende, tra calzature e indotto, con 2.100 addetti, un fatturato stimato in 280 milioni l’anno e un export che cresce. I problemi non mancano, ma si può dire che le scarpe hanno ripreso a camminare.

Second life: il lusso. La seconda vita del distretto è fatta di lusso e di grandi negozi. Nasce con la scelta di legarsi alle grandi firme della moda. Le griffe che negli anni del mocassino avevano avuto modo di conoscere e apprezzare le capacità produttive e creative delle piccole aziende della Valdinievole si sono proposte come committenti, trasformando quest’area in una grande fabbrica diffusa e spezzettata che lavora per loro. Prima si faceva soprattutto la quantità e le aziende piccole andavano sul mercato con i loro marchi. Adesso c’è ancora qualcuno che lo fa, ma la maggior parte si è trasformata in contoterzista di alta qualità per le grandi griffe. Gucci, Ferragamo, Prada e Miou Miou, Armani, Chanel, Dolce e Gabbana, Versace, Chloé. Non c’è praticamente firma del glamour che non produca da queste parti le scarpe da donna e da uomo vendute per centinaia di euro in tutto il mondo. E quasi tutte le aziende locali lavorano per le grandi griffe totalmente o parzialmente.

Gucci ha fatto shopping. Nel caso di Gucci la collaborazione è diventata acquisizione. Il Gruppo Gucci ha infatti rilevato da più di un decennio il calzaturificio Paoletti di Pistoia e la TigerFlex di Monsummano che ha come amministratore Federico Bartoli, presidente dei calzaturieri di Confindustria Pistoia. Paoletti produce per la griffe le scarpe da donna, Tiger Flex quelle da uomo.

Committenti e terzisti. In tutti gli altri casi il rapporto è quello tra committente e terzista, con l’azienda locale talvolta legata da un’esclusiva alla griffe, in altri casi libera di lavorare per più firme e al tempo stesso realizzare anche marchi propri con i quali andare sul mercato. E’ il caso della Madaf di Castelmartini, 25 dipendenti, terzista per griffe famose, ma nei negozi con il proprio marchio Mario Fagni, nome del titolare. O di Alberto Gozzi (Chiesina) che lavora con diverse firme, ma ha anche un marchio proprio con più linee di fascia medio alta, showroom e boutique a Mosca.

Vantaggi e svantaggi. La stretta collaborazione con le griffe ha pregi e difetti. E’ un vantaggio, per esempio, la garanzia di una quota di fatturato che non dipenda dalla capacità di aggredire il mercato internazionale, operazione per la quale occorrerebbe una struttura commerciale per l’estero ben strutturata, come spiega Giuseppe Gori, segretario della sezione calzaturieri di Confindustria Pistoia. Per le griffe il distretto offre grandi opportunità di sviluppo perché qui ci sono le competenze. Da un bozzetto le nostre aziende sono capaci di tirar fuori un modello di alto livello. Loro sanno come tagliare i pellami, sanno come sviluppare l’idea e industrializzarla, senza che le griffe si debbano caricare di rischi e di un oneroso settore progettazione. Un bel risparmio. Anche perché le responsabilità di eventuali fallimenti sono spesso sulle spalle delle aziende produttrici. E questo è già un primo svantaggio.

Natalini e Ferragamo, rose e spine. “Sergio Natalini” è uno dei calzaturifici più grossi della zona, ha sede a Pieve a Nievole e due stabilimenti, dà lavoro a 150 dipendenti interni e ad altri 50 lavoratori esterni. Nato nel 1972 come tomaificio, è uno di quelli che ha fatto la scelta di legarsi in esclusiva a una grande griffe, in questo caso Ferragamo, un nome che nel mondo significa scarpa italiana di altissima qualità. Grande prestigio e commesse sicure. Da qui escono ogni giorno 1500 paia di scarpe per un fatturato di circa 16 milioni di euro. Ma non sono tutte e rose e fiori. Perché da Ferragamo arrivano il bozzetto della scarpa e il pellame e eventualmente l’accessorio fashion, poi tutto il resto è compito dell’azienda di Pieve a Nievole. Natalini è tra i fornitori storici di Ferragamo, tra i pochissimi esclusivisti e tra i primi anche come quantità prodotte. Ma il rapporto con la griffe è diventato più difficile. E se la famiglia Ferragamo è molto attenta alla qualità, il management guarda forse più ai costi e ai risparmi. I manager hanno aumentato il numero di aziende terziste (ora sono una trentina) a cui si rivolgono, molte del sud, creando una sorta di concorrenza interna che comprime sempre di più i margini dei terzisti, stretti tra i compensi fissati dai committenti e i costi vivi di produzione. In questo caso i prezzi per i terzisti sono fermi al 2009, l’anno peggiore di tutti si fa notare quando il rapporto euro dollaro era a 1,50. Così anche alla Natalini è arrivata un po’ di cassa integrazione. E ci si interroga sulle scelte del futuro prossimo.

Gli altri problemi. Che il matrimonio con le griffe non abbia cancellato i problemi lo conferma anche Michele Gargini, segretario Filctem Cgil Pistoia, ricordando che negli ultimi anni ci sono state anche chiusure di aziende e qualche ridimensionamento. E’ il caso del calzaturifcio Parlanti di Monsummano, che lavora in proprio e per Prada, alle prese con cassa integrazione e mobilità. Gargini segnala altri due nodi: Il rapporto consolidato con le griffe dice dovrebbe anche valorizzare le imprese e garantire più stabilità. I committenti dovrebbero impegnarsi, quando è necessario, a trovare anche altri gestori per non far chiudere le aziende. Il secondo problema è superare il passaggio generazionale. Via via che i dipendenti più anziani vanno in pensione, non ci sono giovani che sanno fare quel lavoro. Si rischia di disperdere un capitale umano, una manodopera capace.
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