rivenditori ugg milano Il disordine di Valérie Belin

La fotografa francese ha vinto l’edizione 2015 del Prix Pictet con una serie che rivisita la Vanitas

Musée d’Art Moderne de la Ville di Parigi, è la francese Valérie Belin la vincitrice del Prix Pictet 2015, con la sua serie Still life, 2014. Istituito nel 2008 dal Gruppo Pictet, che mette in palio 100mila euro e l’incarico di un viaggio in una regione dove finanzia un progetto sostenibile, il premio si propone di utilizzare la forza della fotografia per comunicare messaggi di importanza cruciale, individuando lavori realizzati intorno alla questione della sostenibilità, e che abbiano come oggetto le sfide sociali e ambientali alle quali il mondo contemporaneo è chiamato a rispondere.

Dopo Acqua, Terra, Crescita, Potere e Consumo, questa sesta edizione si sviluppa intorno al tema del Disordine, anche titolo della collettiva che espone fino al 13 dicembre, sempre al Musée de la Ville, le opere dei dodici finalisti selezionati dalla giuria di quest’anno (presieduta da sir David King, consulente speciale del Ministero britannico per i cambiamenti climatici) tra i quali si trovano anche Pieter Hugo, Sophie Ristelhueber e Yang Yongliang.

Nella sua serie Valérie Belin rivisita il genere pittorico della Vanitas attraverso tableaux, a colori e in bianco e nero, composti da oggetti in plastica, residui di un consumismo che accumula merce che è già scarto alla nascita: piatti, bambole, teste di manichini, animali, maschere, fiori finti, guanti, scarpe, tutti prodotti di bassa qualità, destinati al mercato di massa e a diventare subito scorie, eppure beffardamente eterni in quanto non biodegradabili. Il memento mori non è dato da un teschio ma da un universo di plastica che suggerisce la presenza di una persona soffocata o sepolta sotto l’ammasso di rifiuti. La scelta di premiare questo Still life, 2014 indica anche la volontà di apertura verso una fotografia orientata a una più decisa connotazione artistica, in favore di una tensione simbolica che sa esprimere in pieno l’urgenza politica sottostante.
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teschi e fantasmi sono i protagonisti di questi ambienti, scenari paurosi ma davvero divertenti; se siete abbastanza coraggiosi sfogliate con noi questa terrificante fotogallery!

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ugg knightsbridge IL MERCATO VA AMPLIATO

C’era una volta una piccola piazza vuota. Per chiunque si rechi oggi in piazza del Borgo Vecchio a San Vito, ogni giovedì mattina, immaginare quello steso spazio vuoto e senza voci non solo è difficile, è quasi impossibile. A dare vita al mercato di S. Vito infatti sono loro, residenti e negozianti, che in coro lanciano la proposta per il nuovo anno: nuovi banconi dalle offerte più variegate e una piazza ancora più piena.

Il tempo dei bilanci è arrivato. A un anno dall’iniziativa della sezione Ascom di S. Vito, il paese si interroga sulla novità del mercato e sulla sua effettiva efficacia.

A lanciare l’iniziativa,
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infatti, poco meno di due anni fa era stato Sante Cavedon, storico negoziante nonché caposezione dell’Associazione Commercianti di S. Vito. Che così racconta. Era una lamentela ovunque. I clienti continuavano a sottolineare la mancanza di generi di consumo. Con il risultato rammenta ancora adesso contrariato il commerciante , che le massaie si spostavano verso i mercati di Schio e Malo, lasciando in paese solo gli anziani. E’ così che io e l’Associazione ci siamo attivati per fornire un servizio in più al nostro Comune.

A distanza di diversi mesi dalla prima apparizione in piazza, il brulichio di scarpe e borsette del giovedì mattina testimonia solo in parte la riuscita di una iniziativa richiesta da tempo dai residenti. Molto più che entusiasti infatti si dicono gli stessi commercianti della zona, che salutano quasi con gratitudine la ritrovata vivacità della piazza e delle vie. Ben venga il mercato,
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perché porta movimento e visibilità commenta infatti Alfonso Rizzi, titolare dell’omonimo negozio di alimentari lì vicino . Il giovedì gli incassi sono decisamente aumentati, e nel negozio entra molta più gente.

Ma se in fatto di vivacità i banconi di scarpe e di frutta e verdura hanno toccato nel segno, è nella varietà delle merci che i residenti azzardano una piccola lamentela. I giovedì mattina in piazza hanno risvegliato un paese che fino a poco tempo fa sembrava essere solo un dormitorio spiega Giuseppina Ciscato, intenta a scegliere qualche regalino Natale . Ma mancano ancora i banchi della rosticceria e dei formaggi. Perché privarsene, visto che ci starebbero?. E a dare ragione alla clientela, ci pensano gli stessi venditori ambulanti. Questo mercato risponde bene,
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la gente ne aveva proprio bisogno commenta Walter Pavan dal suo banco di frutta e verdura. Tuttavia per essere totalmente efficace dovrebbe variegare la sua offerta, studiando una migliore disposizione della merce.

ugg coupon Il bricolage domestico degli ausili per disabili

A volte è necessario essere un po’ critici per ridimensionare le situazioni. Credo che non sia una scoperta di oggi quella di accertare quanto siano cari alcuni ausili a fronte del loro effettivo costo nel materiale. la mia sedia rotelle, mi disse (ridacchiando): ” ci saranno, si e no 100.000 lire di metallo” (lo disse in dialetto veneto e vi assicuro che risi a crepapelle). Siamo d’accordo che è così anche per le automobili di lusso e altri aggeggi per cui si paga la manifattura, la tecnologia, l’ingegno e l’assemblaggio più che il materiale. per questo che è auspicabile una VERA revisione del Nomenclatore Tariffario, che parta dalle esigenze del disabile/paziente e non dal bilancio, ma che verifichi anche gli effettivi costi degli ausili senza però voler risparmiare sulla salute. (Martina)

Un ausilio per l’ auto costa 10.000 euro. In Thailandia si trova per pochi spiccioli.

C’è chi la crisi la sente più, chi meno. Chi deve tagliare il superfluo soffre, ma sopravvive. Chi deve rinunciare a un ausilio per vivere, piuttosto si arrangia e se lo costruisce da solo. Il problema dei costi proibitivi degli apparecchi che consentono a molti disabili una vita appena decente è sempre più diffuso, questo ha acceso una straordinaria attitudine al fai da te da parte dei genitori e parenti. Chi ha un figlio disabile dovrebbe ritagliare dal suo budget familiare cifre notevoli,
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non sempre per tutti è possibile.

Occorrono 4.400 euro per un passeggino, 1.900 per la cappotta abbinata, 300 euro per un pezzo di ferro su cui scorre un sedile, 1.000 euro per una seggiolino in gommapiuma e velcro, 870 euro per un paio di scarpe taglia 32, 34.000 euro per una sedia a ruote: non oggetti di lusso, ma ausili indispensabili per rendere meno faticosa la vita di bambini e adulti con gravi disabilità. Sono naturalmente prezzi che costringono molte famiglie a ingegnarsi ad adattare o addirittura inventare di sana pianta, ausili per i loro figli o nipoti. Il fenomeno è noto già da qualche tempo in Francia, dove addirittura esiste un concorso, promosso da Handicap International e Leroy Merlin, che da 15 offre un sostegno materiale alle migliori invenzioni proposte da parenti e amici di disabili.

Un’inchiesta fatta da “Redattore Sociale” ha permesso di individuare anche nel nostro paese esempi eccelsi di questo particolare bricolage. Aldo Dall’Ara,
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nonno Aldo, per portare la nipote Elena a spasso per il centro di Cesena ha inventato la “tricicletta”. Si tratta di una mountain bike a cui ha adattato anteriormente un carrello dove può far salire la carrozzina della ragazza e portarla in giro per vari chilometri, piuttosto che il solito giretto al caldo spinta a mano per la città.

Il problema dell’ausilio auto costruito nasce anche da una perversa normativa che permette alle ditte costruttrici l’ assoluto monopolio degli apparecchi per disabili. Chiara Bonanno è un’assistente sociale e mamma di un ragazzo con grave disabilità, dal suo blog lancia una provocazione: “Per abbassare i costi degli ausili, ci vorrebbero i cinesi!” Per la Bonanno ci sarebbe una grande speculazione nel mercato nazionale degli ausili. “La particolare carrozzina di mio figlio, costa 34.000 euro, come un’automobile di lusso. Un mio amico disabile passa sei mesi l’anno in Thailandia: ha comprato lì un ausilio per l’automobile, molto semplice, che serve a comandare un pedale con le mani: l’ha pagato pochi euro, mentre qui costa più di 10.000 euro,
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perché in Italia c’è una sola ditta che lo produce.” Così le famiglie si arrangiano e fanno di necessità virtù.

E’ mortificante scoprire dall’ inchiesta di Redattore Sociale che un ausilio per la seduta, fatto di velcro e gommapiuma, chiamato Squiggles, viene venduto a circa 1.000 euro, ma con 100 euro di materiale e l’ aiuto di un terapista molti hanno imparato a farselo in casa. Ancor più paradossale è scoprire che i prodotti più riusciti dell’ ingegno, che nasce dalla disperazione dei genitori, possono a loro volta “ispirare” il mercato. E’ il caso del “guscio”, una seduta in gommapiuma che si modella sulla persona disabile, nasce dall’idea di un genitore che l’ aveva costruita in casa, non potendosi permettere soluzioni molto più costose. Un’azienda di Reggio Emilia ha ripreso l’idea, l’ha modificata e ora si rivende il guscio a più di 1.500 euro.
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ugg su zalando Il Presepe Vivente a Matera

Da ieri 27 e fino al 30 dicembre, a Matera, circa 150 figuranti danno vita al Presepe d nei Sassi ideato dal Presidente delle Pro Loco d Claudio Nardocci, e a cura dell’Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia.

Considerato il record dell’anno scorso, si è deciso di permettere l’accesso al Presepe Vivente solo su prenotazione obbligatoria presso Matera Convention Bureau, per un numero massimo di visitatori giornalieri di 4.000 persone. Parte degli incassi sarà devoluta a come stabilito dopo l con la SIAE.

Gli eventi, in programma durante le festività natalizie, sono partiti l’8 dicembre scorso e terminano l’8 gennaio e consistono in numerose manifestazioni artistiche e musicali che animano la città, così come ampiamente pubblicizzate dalle testate giornalistiche e dalla rubrica Viaggiare di RAI2

La visita si estende lungo un percorso molto suggestivo che parte da Piazza San Pietro Caveoso, dove due soldati annunciano l per proseguire lungo Vico Solitario, il Rione Malve e il Rione Casalnuovo. Si consiglia l’uso di abbigliamento e scarpe comodi in quanto il percorso, con a tratti anche scale, è alquanto impegnativo.

Contestualmente, nelle piazze del centro storico di Matera sono stati allestiti i gazebo dei Mercatini di Natale che propongono prodotti enogastronomici e manufatti di artigiano locale. In via Ridola e nelle centrali piazze Vittorio Veneto e San Francesco si terranno gratuitamente concerti musicali, musiche medievali in costumi tradizionali, canti di natale fino alle ore 20.00. Nell di Piazza San Francesco d’Assisi dalle ore 16.00 è possibile visitare,
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sempre gratuitamente, la mostra dei presepi.

Infine, dal 6 all gennaio 2012, è stato istituito uno spazio al Villaggio Globale del Bambino, con laboratori artigiani, attività ludiche e di animazione, baby dance, orienteering, cori, bande musicali, premiazioni e arrivo della Befana.

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dati climaAmministrazione Comunale.

ugg coupon il Dumpster Diving per combattere gli sprechi

Avete mai sentito lontanamente parlare di Dumpster diving o Skipping? Non è roba che si mangia (magari alla fine), ma la pratica nata negli USA di passare al setaccio i rifiuti commerciali o residenziali per trovare oggetti, ancora in buone condizioni, scartati dai loro proprietari. La raccolta dei rifiuti può avvenire in cassonetti o rifiuti con un vero e proprio salto nella spazzatura. Il termine infatti ha origine dal più noto produttore di bidoni della spazzatura negli USA, chiamasi Dumpster appunto, associata all’immagine bizarra di un salto a capofitto in un cassonetto come se fosse una piscina, alla ricerca di cibo, vestiario, elettrodomestici ancora in buono stato, da recuperare. La pratica è chiamata dumpster diving in USA e Australia, skipping in Gran Bretagna, ma è anche detto bin diving, containering, D mart, dumpstering, tatting o recycle food e colui che assalta il bidone è chiamato Binner.

In particolare questa pratica è attuata dai “freegan” (la parola freegan è un mix fra free e vegan),
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ovvero coloro che praticano il Freeganismo: uno stile di vita anti consumista in cui le persone utilizzano strategie di vita alternative basate sulla limitata partecipazione all’economia convenzionale e minimo consumo di risorse. Lo stile di vita coinvolge scarti recuperati, cibo incontaminato dai cassonetti del supermercato che hanno superato la data di visualizzazione, ma non hanno superato la data commestibile. I freegans recuperano il cibo non perché sono poveri o senza tetto, ma come una decisa dichiarazione politica.

Approfondendo le mie ricerche ho scoperto anche che, fatta bene, questa pratica può essere un modo per ridurre gli sprechi e condividere risorse ancora utilizzabili. Come? Non ci crederete ma esiste anche una vera e propria guida al dumpster diving, perchè questa pratica sta diventando una moda di massa in molti paesi (non ancora in Italia), utile per chi vuole arredare casa, cerca pezzi di ricambio, per chi vuole riempire il frigo magari per un pranzo comunitario, perchè la roba che non serve più a qualcuno, può essere utile per qualcun altro.

1. Studia le leggi locali. In molte giurisdizioni l’immondizia è considerata proprietà privata, quindi la caccia al bidone può essere considerata furto. In alcune città ci sono ordinanze che proibiscono di scavare nell’immondizia, specie nel Regno Unito. Le leggi australiane riflettono una sottile intolleranza verso questa pratica. La caccia al bidone può infrangere diverse leggi, come quelle ambientali; può anche rappresentare una violazione della proprietà privata,
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un disturbo della privacy e in alcuni casi viene anche considerata un furto. In molti stati la polizia ha dei poteri speciali conferiti appositamente per fermare chi fruga nei bidoni. Fai delle ricerche riguardo alla zona in cui vivi. Se ti fa schifo scavare nell’immondizia, prova a rovistare nei bidoni privi di rifiuti umidi, come quelli della plastica o del legno. Praticando la caccia al bidone, probabilmente incontrerai altre persone interessate a questa attività; alcune, ma non tutte, saranno amichevoli e ti aiuteranno. Se possibile, condividi consigli ed esperienze. Individua delle associazioni di cercatori online o locali, per effettuare degli scambi o chiedere agli altri di cercare articoli che ti interessano. Stabilisci quali sono i momenti migliori per effettuare le tue ricerche, tenendo conto degli orari in cui la nettezza urbana svuota i cassonetti. Di solito ci sono degli orari fissi. Se ti interessa soltanto il brivido della sorpresa e ti accontenti di tesori inaspettati, puoi rovistare ovunque ma, se sei a caccia di articoli specifici, devi organizzare bene la ricerca. Ad esempio, cerchi del cibo? Guarda nei bidoni dietro i supermercati e alle panetterie. La maggior parte dei negozi butta il cibo alla data di scadenza anche se è ancora buono e, magari, solo leggermente ammaccato. Cerchi articoli grandi,
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come mobili o oggetti di elettronica? Dai un’occhiata al di fuori dei bidoni, perché le cose più grandi solitamente vengono lasciate accanto ai cassonetti. Chiedi consigli online, possibilmente nei forum specializzati. Guanti protettivi, maniche lunghe e pantaloni sono fondamentali per proteggersi da tagli e sporcizia. Se entri nel bidone, indossa vestiti pesanti e spessi, come i jeans, e copriti più che puoi. Proteggi i piedi mettendo scarpe chiuse o stivali. Indossa abiti ai quali non tieni. Porta con te almeno uno sgabello su cui salire per rovistare meglio nei cassonetti. Non dimenticare i sacchetti di plastica in cui metterai i tuoi tesori. Accertati di avere una torcia se vai a caccia di notte. Ricordati che non devi entrare nel bidone subito, ma usa un bastone per scandagliare prima il fondo. La caccia al bidone è un’attività controversa; spesso, i gestori di locali e i padroni di casa non l’accettano di buon grado, perciò preparati anche ad un confronto verbale. Non è sempre un problema se gestisci bene la situazione, ma dovresti evitarlo. Se vedi persone in giro, aspetta che non ci sia più nessuno prima di procedere. Stai attento quando tocchi oggetti nel bidone. Vetri rotti e oggetti appuntiti potrebbero ferirti, o rischi di pungerti con un ago usato. Gli abiti protettivi in un certo senso aiutano a evitare questi problemi, ma dovresti comunque essere molto cauto mentre rovisti nei cassonetti. Evita di prendere articoli che non userai: ci sono altre persone che potrebbero averne un disperato bisogno mentre tu li lasceresti a raccogliere polvere in garage. Se hai sparso la spazzatura ovunque, raccoglila e rimettila nel bidone. Getta tutto ciò che è rimasto fuori. Lascia la zona pulita o anche più pulita rispetto a come l’hai trovata: non contribuire a peggiorare la reputazione di chi rovista nei bidoni.

Al di là di ogni considerazione personale,
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questo post è un modo per guardare il mondo e riflettere su tutto ciò che sprechiamo ogni giorno, cercando di abituarci ad un modo di vivere consapevole a livello sociale e ambientale.

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I regali più belli

Regali griffati Se la tua lei è un’appassionata di moda non c’è niente di più perfetto per il 14 febbraio che regalarle una delle creazioni in edizione limitate realizzate dei brand più fashion in occasione della festa degli innamorati. Come ad esempio i mitici stivali Ugg che per San Valentino si ricoprono di luccicanti pailettes rosse all over (costano circa 225,00 euro) oppure le borsa bauletto Amalfi di Furla (prezzo circa 445,00 euro) in cuoio rigorosamente rosso. Mentre è molto sexy regalarle della lingerie come quella realizzata da Intimissimi nella speciale collezione Valentine’s Day: tra i modelli più sensiuale c’è il baby doll in pizzo nero con fiori in raso rosa (prezzo di circa 39,90 euro) che farà di sicuro felice anche te. Se invece hai in mente un relago luxury non c’è niente di più appropiato di un gioiello per dichiararle il tuo amore. Il brand del lusso Tiffany Co. propone una vasta gamma di accessori femminili come anelli,
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collane, orecchini e bracciali realizzati in materiali preziosi come il pentente a forma di cuore in platino e diamanti (costa circa 4,595 euro).

Fuga romantica Niente è più bello di un viaggio per vivere San Valentino in una cornice romantica. Tra le mete più gettonate in Italia ci sono Capri, Sorrento,
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il Lago di Garda e Venezia, mentre all’estero Parigi, Praga e Vienna offrono atmosfere da sogno particolarmente adatte alla festa degli innamorati. Regala alla tua donna un soggiorno indimenticavile e romanticio perchè se è stare insieme quello che conta dirsi “ti amo” in cima alla Tour Eiffel o in gondola ha sicuramente un sapore diverso.

Relax a due Un rilassante percorso benessere è tra le idee regalo per San Valentino per la tua lei che faranno felice anche te. Scegli una Spa o un centro termale e prenota un percorso per due a base di massaggi, sauna,
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idromassaggio e tante altre coccole per il corpo. Sarà un’esperienza particolare da vivere insieme alla tua lei allontanandovi per un giorno dalla routine quotidiana.

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Ogni mostra o catalogo sui maestri giapponesi del Mondo Fluttuante accenna a Vincent van Gogh come a uno degli artisti che, più di altri, ha subito il fascino delle prime immagini ukiyo e giunte nelle mani del mercato dell’arte parigino nella seconda metà dell’Ottocento. Come Van Gogh guardò al ‘suo’ Giappone?

Dalle prime famose tele riprese da Hiroshige, da Père Tanguy alle Scarpe, dagli autoritratti parigini all’autoritratto da giapponese di Arles, le opere che parlano di Giappone sono molte. Una passeggiata dietro alle quinte di questi quadri ci porta nella mostra Van Gogh: il mio Giappone, aperta alla Biblioteca Sormani di Milano (fino al 25 novembre) a scoprire alcune sorprese: le ispirazioni letterarie, il contesto editoriale, le illustrazioni, le copertine magnetiche di Le Japon Illustré, con le opere che Van Gogh appendeva nel suo studio del Sud. Tra le stampe dei maestri giapponesi dell’ukiyo e amati da Vincent, spiccano i tre album di Hokusai delle Cento vedute del Fuji, con la versione nei toni di grigio della grande onda; gli attori e le cortigiane di Kunisada e di Eisen, i paesaggi di Hiroshige. Il percorso di snoda nei vari periodi della vita del genio olandese, e mostra come Van Gogh assorbì la poetica giapponese restituendola in uno stile sempre più personale, in profonda sintonia con se stesso e con la grandezza della natura.

Vincent van Gogh era un collezionista, aveva più di 400 stampe giapponesi. La sua collezione inizia festosamente ad Anversa nel novembre del 1885: “il mio studio non è male, soprattutto perché ho appuntato alle pareti una serie di stampe giapponesi che mi divertono molto. Sai, quelle piccole figure femminili nei giardini o sulla spiaggia, cavalieri, fiori, rami nodosi”. Ha appena lasciato l’Olanda e la tavolozza contadina, ora un mondo nuovo è sotto i suoi occhi: “Bene, questi porti sono un’enorme Japonaiserie, fantastica, singolare, strana”, scrive a Theo a fine novembre.

Lettore vorace e multilingue, quando raggiunge il fratello a Parigi nel febbraio 1886, ha già letto tutto del romanzo francese moderno e conosce l’atmosfera giapponesizzante di molti di essi, in particolare quelli dei fratelli Edmond e Jules de Goncourt. Nei romanzi dell’epoca in mostra, come Chérie, Manette Salomon, En 18. si scoprono le righe che raccontano i salotti parigini, ‘tutti pazzi’ per il Giappone. Vincent ammirava molto i fratelli Goncourt, come leggiamo nelle sue lettere.

Dei due anni che Van Gogh trascorre a Parigi sappiamo ben poco, ma le pagine di alcuni tra i più importanti libri illustrati sul Giappone come Promenades Japonaises di mile Guimet illustrato da Félix Régamey (presentato all’Exposition Universelle del 1878), e L’art Japonais di Louis Gonse (Parigi, 1883), rivelano le contaminazioni visive e le intersezioni tra gli artisti occidentali e il mondo orientale. Dai magnifici acquerelli e schizzi dal vivo di Régamey, diario etnografico del suo lungo viaggio in Giappone a fianco del collezionista Guimet, alle curiose illustrazioni d’invenzione degli artisti francesi che il Giappone non l’avevano mai visto, alle illustrazioni più fedeli all’originale nell’autorevole volume di Louis Gonse, interessanti d’après che portano doppia firma (oriente occidente), il panorama editoriale dell’epoca è ricchissimo e tutto da scoprire.

Nel Maggio 1886 esce un numero speciale di Paris Illustré curato da Sigfried Bing, con la famosa copertina della cortigiana di Kesai Eisen (ripresa da Van Gogh) e con un lungo testo di Hayashi Tadamasa: per la prima volta è un giapponese a parlare del suo paese.

Tutto questo affascinò Van Gogh forse ancor più della lezione impressionista. Tra febbraio e marzo 1887 egli organizza una mostra della sua collezione di stampe ukiyo e, una vera anteprima parigina, a Le Tamburin, il ristorante amato dagli artisti, e gestito da Agostina Segatori, sua amica e modella, di cui abbiamo due tele giapponesizzanti. Come anni prima con le copie da Millet, inizia allo stesso modo il suo apprendistato orientale con due famosi d’après da Hiroshige, ma si diverte a sperimentare anche la scrittura giapponese: pennella ideogrammi e firme in guisa di cornice per il suo Susino fiorito e per il Ponte sotto la pioggia.

in questo contesto visivo di confini porosi e desideri sperimentali che si inscrive ‘un enigma’ nascosto in una delle opere più famose di Van Gogh. Si tratta di un piccolo dettaglio (in basso a destra) in una delle cinque versioni delle Scarpe parigine che non è mai stato notato né studiato prima. La frontalità delle Scarpe preferite da Martin Heiddeger cattura lo spettatore, e quel dettaglio sfugge Cosa succede di tanto enigmatico? Van Gogh trasforma il grosso laccio della scarpa sinistra in qualcosa d’altro: un rametto o radice rotondeggiante. Una scrittura orientale Sembrerebbe di sì. La metamorfosi è impressionante. Abbiamo un laccio che non è più un laccio e che non potrà più essere allacciato.

Non si tratta dei rami o delle radici contorte e nodose che Vincent aveva disegnato fin qui, come le Radici in un terreno sabbioso dell’Aia,
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siamo di fronte a qualcosa di diverso. Una piccola radice che si anima come un albero giapponese Vincent aveva molte opere di Hiroshige tra cui molte delle Cinquantatré Stazioni della Tokaido, di cui possedeva la “tate e Edition”, la cosiddetta Tokaido “verticale”. Tutti paesaggi straordinari, dove uomo e natura si compenetrano in un equilibrio di forze perfetto. Molti sono gli alberi che paiono animarsi, contorcersi, spezzarsi. Radici nude che paiono danzare.

Accanto alle Scarpe, alla luce della lente d’ingrandimento, c’è una radice rotonda legata a un gesto, un gesto del corpo e della mente. Non appoggia da nessuna parte. lì sulla tela che le fa da supporto come se la tela, d’improvviso, fosse un foglio da scrivere. Il risultato che ne deriva all’occhio dello spettatore è di un gesto rasserenante, un gesto poetico. Non c’è forza, non c’è dramma in quella forma. Un rapido colpo di pennello, l’essenza di un attimo: qualcosa che ben si accompagna allo sguardo dell’Autoritratto con stampa giapponese che Van Gogh dipinge poco prima di lasciare Parigi. I suoi occhi sono per la prima volta a mandorla, la Provenza è annunciata, un sogno orientale.

A fine febbraio 1888 è ad Arles, in cerca di un sole più vivo, di una luce più forte. “Sono in Giappone qui”. Progetta dei piccoli album da 6 o 10 o 12 vedute, “come gli album dei disegni originali giapponesi”. Legge Madame Chrysanthème di Pierre Loti che cattura la sua fantasia anche per le bellissime illustrazioni, “l’hai letto?” scrive al fratello, “mi ha dato da pensare questo, che i veri giapponesi non hanno niente sui muri”. La semplicità dei giapponesi.

Intanto a Parigi Sigfried Bing inaugura nel Maggio 1888 Le Japon Artistique con le sue copertine iconiche; la nuova rivista mensile è ricca di lunghi articoli che raccontano vita costumi e artigianato giapponese. Le illustrazioni a colori di molte stampe e manga sono ora fedeli agli originali, tavole fuori testo realizzate in fotoincisione da Gillot. A Vincent non sfugge nulla: “Tra le riproduzioni di Bing trovo splendidi il disegno del filo d’erba, i garofani, e l’Hokusai”, scrive al fratello da Arles.

Hokusai occupa un posto d’onore per Van Gogh. Lo paragona a Delacroix, e alla Barca di Cristo tra le onde che aveva visto con Theo ai Champs lysées. La forza del colore di quella piccola tela aveva colpito il critico Paul Manz: “non sapevo che si potesse arrivare ad essere così terribili con del blu e del verde”, aveva scritto nel suo articolo.

Beh, prosegue Van Gogh, “Hokousai ti fa lanciare lo stesso urlo ma lui con le linee, con il disegno: quelle onde sono degli artigli, la barca è presa là dentro, lo si sente”, scrive a Theo l’8 settembre 1888.

Eugène Delacroix, Cristo addormentato durante la tempesta (ca. 1853), New York, Metropolitan Museum; Katsushika Hokusai, La [grande] onda presso la costa di Taganawa (ca. 1830 32).

Dalla Provenza chiede al fratello di acquistare altri Hokusai da Bing, le “300 vedute della montagna sacra e le scene di genere”. In realtà Hokusai, dopo il successo della prima serie delle 36 vedute a colori, si mise a viaggiare e realizzò le famose Cento vedute del monte Fuji raccolte in tre album, considerate il suo capolavoro, di raffinata invenzione. Nel secondo possiamo ammirare la versione nei toni di grigio del Fuji sul mare con in primo piano una versione avvolgente della grande onda, insieme ad altre immagini di onde e di flutti che furono nelle mani di Vincent e ispirarono il suo pensiero, i suoi sfondi, la sua voglia di arrivare a disegnare veloce come un lampo. “Il giapponese disegna veloce, molto veloce, come un lampo, e questo perché i suoi nervi sono più fini, il suo sentimento più semplice”.

E così come Hokusai era per Van Gogh “uno dei più grandi maestri di schizzi dal vivo”, insuperabile per velocità e sintesi, Utagawa Kunisada (anche se nelle lettere non ne cita mai il nome), doveva essere tra i preferiti, per i suoi ritratti così immediati e dirompenti. Attori, cortigiane,
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guerrieri, nella sua collezione ve ne sono a centinaia, insieme a tanti lavori di altri artisti tra i quali Utagawa Kuniyoshi, Toyohara Kunichika, Keisai Eisen, oltre a molti trittici della vita nelle case, dei mestieri, delle stagioni, e poi fiori, insetti, uccelli e piccoli album.

La Provenza, con la sua natura incontaminata, il sole più forte, era per Van Gogh il ‘suo’ Giappone. “Vorrei che tu passassi qui qualche tempo”, scrive a Teo nel giugno 1888, “dopo un poco ti accorgeresti che la vista cambia, si vede con un occhio più giapponese, si sente il colore in un altro modo”. La Casa Gialla di Arles è un sogno orientale, ma anche il suo progetto culturale, un luogo dove i pittori avrebbero potuto vivere come fa l’artista giapponese, immerso nella natura a studiare “un solo filo d’erba”. Un pezzetto di mondo “senza intrighi” lontano da Parigi, questo voleva Van Gogh, una comunità di pittori, semplice, essenziale: “a quanto pare sembra che anche i giapponesi guadagnino ben poco denaro e vivano come semplici operai”, scrive all’amico Bernard.

Operaio dell’arte sin dal 1882, ai tempi dell’Aia, Van Gogh sapeva immergersi nei boschi olandesi al punto di prendere “annotazioni stenografiche” e trascrivere sulla tela quello che la natura gli “aveva detto”. Era dunque naturalmente predisposto, più di altri, all’incontro con la poetica dei maestri del paesaggio, come Hiroshige e Hokusai, dove il mondo della natura, nei suoi diversi elementi, risponde a un’unica forza universale, a una concezione unitaria dell’essere. Uomo e natura, natura e uomo in fondo era questa, anche per Van Gogh, una lotta costante, una ricerca senza sosta: “cerco sempre la stessa cosa, un paesaggio un ritratto, un ritratto e un paesaggio [] l’arte è l’uomo aggiunto alla natura,” scrive da Arles alla sorella Willemien. difficile immaginare, oggi, l’impatto delle stampe giapponesi nella Parigi di Van Gogh, in un momento in cui la tradizione occidentale dirigeva lo sguardo dello spettatore verso un punto di fuga, gli assegnava un posto, mentre la pittura giapponese arrivava a rifiutare un punto di vista fisso, lasciando allo spettatore la libertà di muoversi nell’immagine.

Una rivoluzione, dunque, non solo o tanto per i colori piatti, la costruzione dell’immagine, l’inquadratura, i pesi, ma una nuova finestra sul mondo, che Van Gogh accoglie in pieno e trasforma nel suo linguaggio. Lo scrive al fratello con la sua solita semplicità, ecco “quei due disegni della Crau e della riva del Rodano che non hanno l’aria giapponese e forse in realtà lo sono più di tanti altri”. All’amico Bernard racconta di più delle colline di Montmajour, dove torna in continuazione per respirare le sensazioni di quel paesaggio piatto sotto di lui. “Ho fatto due disegni di questo questo paesaggio piatto dove non c’era nient’altro che . . . . . . . . . . l’infinito . . . l’eternità”.

Sospende il tempo all’amico che legge lasciando grandi spazi tra i puntini sulla lettera,
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tutta una riga di soli puntini e lì, in mezzo, l’infinito. Questo è il senso profondo del suo Giappone, e forse l’aspetto più autentico della civiltà giapponese: entrare nei ritmi del cosmo, e della sua forza spirituale.

Le vedute quasi aeree, gli orizzonti alti e senza cielo, i disegni a inchiostro, le onde, gli sfondi o i cieli eseguiti a cannuccia con la velocità dei giapponesi, e in uno stile sempre più personale, sono ormai una vera ‘scrittura’, la sua, sicura e inconfondibile.

La trasformazione è anche sul suo volto: nel settembre 1888 Van Gogh dipinge il ritratto di sé più stupefacente della sua vita, da monaco giapponese, “semplice adoratore del Buddha eterno”. così che compie la sua rivoluzione nel ritratto moderno.

“Il tempo qui è ancora bello, e se fosse sempre così sarebbe meglio del paradiso dei pittori, sarebbe Giappone in pieno”. il 29 settembre 1888.

Per il filosofo è quasi inevitabile confrontarsi con le Scarpe di Van Gogh. Almeno da quando il “filosofo” per eccellenza del Novecento, Martin Heidegger, le ha elette a esemplificazione dell’essenza dell’arte, dando origine ad un dibattitto che dura ancora oggi. Nella versione delle scarpe prediletta da Heidegger, Mariella Guzzoni ha rilevato però la presenza di un dettaglio finora mai notato e studiato, probabilmente perché, come scrive, “la frontalità delle Scarpe cattura lo spettatore, e quel dettaglio sfugge.”. In forma apparente di laccio, in basso a destra, c’è una specie di radicella tondeggiante: è un laccio che non potrà allacciare nessuna scarpa, forse, aggiunge Guzzoni, non rappresenta nemmeno qualcosa, ma è l’importazione sulla tela di una scrittura giapponese.

La scoperta di Mariella Guzzoni non è priva di conseguenze. Infatti, scombina le carte non solo della lettura heideggeriana, ma, più in generale, della lettura che la “linea maggiore” del pensiero novecentesco ha fatto dell’opera d’arte. Che siano d’accordo o meno sull’interpretazione heideggeriana delle Scarpe, i filosofi nel Novecento hanno condiviso un paradigma, dividendosi poi sulla sua applicazione: l’opera è una autentica opera d’arte se ciò che mette in opera è la Verità. Anche il post modernismo, con la sua apologia dei simulacri, non fa eccezione: la “potenza del falso” non è altro che il rovescio speculare della Verità che ogni autentica opera mette in opera. Il patto stretto tra arte e Verità è indissolubile anche quando l’arte professa ironicamente la menzogna o la parodia del vero.

Vincent van Gogh, Scarpe (1886), Amsterdam, Van Gogh Museum

Scrivo Verità con la maiuscola a capolettera, perché la Verità in questione non è il semplice essere vero di una proposizione o di una immagine (la proposizione funziona infatti come immagine di qualcosa) che si misura dalla sua adeguazione o meno all’oggetto raffigurato. La filosofia novecentesca ha mostrato una sorta di aristocratica ripulsa per questa “volgare” concezione del vero come “corrispondenza”. Da almeno due secoli, niente è meno accetto nei salotti buoni dell’estetica e della teoria dell’arte quanto l’ingenuo naturalismo mimetico. La Verità messa in opera dall’opera d’arte è piuttosto la condizione di possibilità di ogni derivato essere vero nel senso della corrispondenza. Heidegger è chiarissimo in proposito: le Scarpe di Van Gogh non sono un paio di scarpe. Non sono né un paio di scarpe (un particolare) né il paio di scarpe, vale a dire l’idea o l’essenza delle scarpe (un universale). Quelle scarpe sono piuttosto il “che c’è” delle scarpe e del contadino che le ha portate, come lo sono del mondo fatto di sudore e di fatale rassegnazione alla fatica che il contadino ha abitato e di cui la loro usura è testimonianza. Le scarpe sono l’evento (singolare) di un mondo, il suo “storicizzarsi”, il suo “accadere”. Le scarpe di Van Gogh sono il presentarsi del Senso nel quale ogni esistenza storica è “gettata”.

I filosofi hanno la fortuna di disporre di una stenografia concettuale che permette loro di sintetizzare efficacemente questioni straordinariamente complesse. Possono infatti scrivere che le scarpe di Van Gogh non sono un “ente” o la raffigurazione di un “ente” (particolare) o l’idea di un “ente” (universale); le scarpe di Van Gogh sono piuttosto l'”essere” dell'”ente” (singolare). Dell’ente determinato, le scarpe, appunto, mostrano il suo “che c’è”, il suo “darsi”, il suo “apparire”. Nell’opera d’arte è, dunque, messa in opera una Verità, che non è nient’altro che l’essere dell’ente. Questo è da intendersi nel suo senso più immediato: sulla tela di Van Gogh “ci sono” delle scarpe. Ora,
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tutta l’intelligenza del filosofo consiste nello spostare l’attenzione dalle scarpe raffigurate al loro “esserci” singolare. Ecco la Verità con la maiuscola a capolettera che, secondo il paradigma heideggeriano, è messa in opera dall’opera d’arte!

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F per sentirli condannare in solido per il rispettivo titolo al risarcimento dei danni patiti dall in occasione di una gita scolastica, da quantificarsi in corso di causa con il limite del massimale di centoventicinque milioni di lire per la sola compagnia assicuratrice.

A fondamento della pretesa narrava che in data 16 3 1998, aveva partecipato ad un viaggio a Firenze organizzato dalla scuola ed era stata alloggiata in una camera dell (omissis) che affacciava su un lastrico solare, ad un di quindici metri dal suolo, privo di parapetto o altre protezioni. Aggiungeva che dopo cena raggiunta in camera da un compagno di classe, L avevano fumato insieme sulla predetta terrazza una sigaretta di marijuana fornita dal Tirelli. Esponeva ancora che, rimasta sola in camera, era uscita sul lastrico solare, scavalcando il basso parapetto del balconcino, ed era caduta sul piano di calpestio sottostante riportando lesioni totalmente invalidanti. Individuava il titolo di responsabilit della pubblica amministrazione per aver omesso qualsiasi controllo sull della sistemazione alberghiera e sul comportamento degli allievi tutti minorenni; del gestore dell per aver mantenuto una situazione di pericolo connotata dalla facilit di accesso al lastrico solare privo di protezioni o di avvisi di pericolo e per aver colposamente ritardato la richiesta d di soccorso pubblico; della compagnia assicuratrice in forza di polizza stipulata a copertura del rischio di ciascun partecipante alla gita scolastica.

Tutti i convenuti si costituivano regolarmente chiedendo il rigetto della domanda nei loro confronti. In particolare l scolastica, eccepita preliminarmente l territoriale del Tribunale adito, negava una possibilit di vigilanza nei confronti di un minore prossimo alla maggiore et che si era intenzionalmente sottratto a qualsiasi controllo per tenere comportamenti illeciti. In via tuzioristica chiedeva la chiamata in causa della compagnia assicuratrice (D Assicurazioni) con la quale l scolastico aveva stipulato una polizza per la copertura del rischio di responsabilit civile. F Assicurazione chiedendone la manleva in forza di polizza stipulata dalla Regione FVG in favore del Ministero. B contestava qualsiasi pericolosit dei luoghi, addebitando l al comportamento colposo della vittima, la quale dopo aver scavalcato il parapetto del balcone, si era messa a passeggiare sul bordo del lastrico solare che non era destinato al calpestio, ma alla sola copertura delle autorimesse sottostanti. E) con la quale aveva stipulato una polizza a copertura del rischio per la responsabilit civile verso terzi. I coniugi H e I escludevano qualsiasi inadempimento genitoriale, evidenziando in ogni caso l di causa fra la caduta dalla terrazza e l consumo di sostanze stupefacenti, la cui cessione era stata addebitata al proprio figlio ormai maggiorenne. E contestava l alla manleva, mentre entrambe eccepivano il limite del massimale.

Con atto di citazione notificato in data 19 4 2002 l riassumeva il giudizio nei confronti di tutte le parti costituite dinanzi al Tribunale di Trieste territorialmente competente. I convenuti ed i chiamati in causa si costituivano riproponendo le rispettive tesi in fatto e in diritto.

La causa, istruita con escussione di testi e produzione documentale delle parti, era trattenuta per la decisione sulle conclusioni rassegnate dalle parti all di data 25 11 2004.

Il primo giudice ricostruiva la dinamica del fatto nei seguenti termini La sera del 16 marzo 1998, A, nata (omissis), di et compresa tra i sedici e i diciassette anni, frequentante la classe (omissis), si trova al primo giorno del viaggio di istruzione (omissis) con gli insegnanti (omissis) come accompagnatori; alloggia presso l (omissis) di propriet della B spa; la sua camera n.

E solo dopo un po di tempo (vds le precise dichiarazioni ancora di M in proposito) (omissis) era risalita nella camera di A (chiedendo le chiavi a omissis che era nella hall) per controllarne lo stato e in quel momento non l pi trovata in stanza.

Che A fosse sola convincimento maturato anche dall R che avrebbe sentito nell tutti i ragazzi cercando di ricostruire la serata.

A, in pigiama con le scarpe da ginnastica, esce nel terrazzino, scavalca il parapetto del poggiolo, percorre il lastrico solare, procedendo per alcuni metri fino a raggiungere la parte del lastrico che si affaccia sulla rampa transitabile da veicoli, posta al di sotto del livello del parcheggio dell questa rampa viene trovata, dopo un volo di quasi 12 metri,
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riversa a terra, dai compagni, accorsi immediatamente, perch uno di loro (P) l vista cadere; e P, che avverte personalmente i ragazzi della stanza (omissis) (vds teste N) dichiara di essere corso insieme a L, che lo aveva sentito urlare e stava salendo le scale, nel punto della caduta e di essere poi rientrato mentre L rimaneva presso A (dove lo trova N) per chiamare soccorsi.

Il momento della caduta certamente si colloca intorno alle 23.30:

perch P dichiara di essere stato in camera (dov salito verso le 22.30, incrociando peraltro A, che risaliva dalla hall) gi da un quando si accorge del corpo che cade; perch M racconta che A era rimasta un po gi nella hall (e questo dopo la cena, le telefonate e le rispettive docce) prima di salire dove l poco dopo raggiunta omissis trovandola gi in pigiama, e queste stesse erano salite di nuovo, pi tardi, quindi oltre le 23.00 dopo essere tornate dalla loro passeggiata all per vedere come stesse;

ma soprattutto perch A viene accettata al pronto soccorso alle 0.15, dopo 30 40 minuti di soccorsi prestati sul posto (ricordati dal prof. R e confermati dal medico di guardia e compatibili con la natura delle lesioni riportate), soccorsi giunti, per unanime voce di tutti i testi poco dopo la caduta.

A seguito della caduta A riporta gravissime lesioni: viene accettata all (omissis) alle ore 00.15 del 17 marzo 1998 (vds relazione di degenza e cartella clinica) e, per i traumi riportati al cranio, al torace, al bacino, entra in coma:

l con il medico del 118 a bordo giunge pochi minuti dopo la caduta, e dopo l giunge la Polizia che svolge sin da quella sera indagini interrogando alcuni degli studenti ed eseguendo un sopralluogo della stanza e dell frattempo A viene ricoverata al reparto di rianimazione dell (omissis), dal quale viene dimessa il 16 aprile 1998 per essere trasferita a (omissis), quindi presso l (omissis) da cui viene dimessa il 24 dicembre 1998 con esiti di T. C. E. con residua emiparesi spastica a destra e atassia del tronco e degli arti di sinistra diplopia e disfonia esiti di frattura della branca ileo ed ischio pubica e della ala iliaca di sinistra sottolineato che secondo la certificazione del medico (omissis) (doc. 26 attoreo) l corporea non evidenziava tracce di atti violenti attribuibili a terzi gli orifizi esterni apparivano indenni. test di gravidanza e tossicologici per droghe psicoeccitanti su campioni biologici prelevati all sono risultati negativi>>. F Assicurazioni nella polizza stipulata in favore di ciascun partecipante alla gita scolastica e respingendo le eccezioni svolte dalla convenuta.

Cos argomentava sul rigetto dell di responsabilit nei confronti degli altri convenuti ancora di interesse in questo grado: C) B spa.

La B spa stata convenuta in giudizio, quale societ proprietaria dell (omissis) in cui alloggiava la scolaresca, in quanto responsabile perch il balcone aveva un parapetto di altezza inferiore a quella minima prevista dalle norme vigenti e si affacciava su un lastrico solare privo di protezione; nonch per non aver chiamato immediatamente i soccorsi nonostante l dato subito da uno degli studenti.

Va qui invero sottolineato che A non dal balcone (ipotesi che avrebbe certo imposto un accertamento delle sua esatta condizione e struttura, nonostante la licenza di abitabilit e uso dell complesso immobiliare dimessa dalla Convenuta abbia certificato la sua conformit alle norme dei vigenti regolamenti dd 24 luglio 1975), ma lo ha volontariamente scavalcato, per cui se anche fosse stato alto un metro, non avrebbe impedito alla minore (peraltro quasi maggiorenne, e quindi in grado di comprendere la funzione degli spazi in cui si muove e della strutture idonee a costituire uno sbarramento) di scavalcarlo, onde raggiungere una zona, il lastrico solare, manifestamente non destinata al calpestio,
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e perci priva di parapetti o di segnali di pericolo.

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La Foxconn, il primo produttore mondiale di elettronica con grandi contratti aziendali è stata visitata dal giornalista e fotografo francese Jordan Pouille, il quale ha riportato le condizioni lavorative della fabbrica, sulla scia di una serie di problemi sollevati dagli impegati.

L Touch, l e l passano attraverso le linee di produzione di questo gigante della fabbricazione e, purtroppo, la descrizione di Pouille dellaFoxconn è dura ed inquietante.

Il giornalista racconta la storia di giovani lavoratori cinesi, adolescenti e ventenni, che si sono trasferiti da zone agricole e rurali della Cina, e che sopportano turni di 13 ore, con un numero minimo di interruzioni (10 minuti ogni 2 ore) lavorando 6 giorni alla settimana o spesso 7 giorni su 7, quando la richiesta è al picco.

I giovani vivono in dormitori nel campus Foxconn, fino a otto o nove persone per stanza provenienti da diverse città d con turni di lavoro diversi. Anche i diversi lavori all dello stabilimento, rendendo la situazione di vita molto sfavorevole ai rapporti interpersonali.

Pouille non sa darsi delle risposte a queste condizioni disumane di vita, presenti in diversi impianti di produzione cinese, ma è sicuramente interessante sapere cosa si cela dietro la produzione dei nostri amati dispositivi super tecnologici.

Ho vissuto 6 anni in Cina e tutt ci vado per lavoro molto spesso, in mezzo le fabbriche.

Le foto, i reportage, sono indiscutibili e nessuno dice che le condizioni lavorative Cinesi siano perfette, o buone.

E pero vero che in Foxconn i dipendenti ricevono uno stipendio che e almeno il 50% piu alto della media degli altri operai in Cina.

Le fabbriche Foxconn hanno davvero di tutto all (cinema, piscine, centri sportivi per facilitare la permanenza di chi decide di lavorare in queste aziende.

I turni di lavoro sono di 8 ore. Tutto cio che va oltre, e completamente volontario e viene retribuito come straordinario.

Non parlo cosi per mettermi l in pace quando compro Apple (o Samsung, o LG tanto sono tutti clienti Foxconn). Lo sappiamo bene che la Cina e competitiva perche e meno sviluppata dell (sotto alcuni aspetti). A parte questo, mi sento di dire che e svilente e ingiusto leggere articoli di questo tipo che NON sono minimamente contestualizzati, e se posso aggiungere, pure ipocriti.

Sono un lettore di iPadevice / iSpazio da tanto tempo, continuo a seguirvi con piacere, ma, per piacere, occupatevi di gadgets e di elettronica.

Se volete fare del giornalismo d fatelo come si deve, non con la storia strappalacrime sotto Natale.

Non quoto per niente che non si debba parlare di quello che c e dietro al business tecnologico. E giusto che anche una rivista online come questa ne parli, anche se a modo suo. Importante e sensibilizzare i lettori che non per questo poi non possono apprezzare da un punto di vista tecnologico il proprio IPAD o altro. Per quello sopra che ha vissuto 6 anni in Cina Non sono d . Nulla giustifica l della debolezza di certe classi sociali con l illusione di una vita lavorativa ( piscina, cinema ecc.) che niente ha che fare con una dignitosa vita umana ,
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dove il lavoro e importante ma non e la piu importante delle fonti del nostro vivere.

Questo vale per ogni azienda che porta anche al suicidio (come nel caso APPPLE, NOKIA, ecc) dei lavoratori e poi dice che all della azienda non ci sono costrizioni e che tutti vivono nel paese delle meraviglie.

Sia APPLE che NOKIA sono poi intervenute per limitare l dei suicidi in queste aziende ( a causa delle condizioni di lavoro) promettendo alle stesse di aumentare i loro margini sensibilizzandole a una maggiore attenzione.

Ma questo ci fa capire che la continua corsa alla competitività , anche se purtroppo inarrestabile , diminuisce i prezzi di acquisto, ma in maniera esponenziale diminuisce la qualità della vita nel senso più grande e veritiero .

Innanzitutto vorrei dire che sono molto contento del fatto che finalmente si possa parlare in maniera civile, senza insulti, pur mantenendo le proprie opinioni, quindi un plauso ad iSpazio/iPadevice e agli utenti che mi sembra stiano maturando assieme ai siti, davvero complimenti.

Riguardo quello che hai scritto, Gio, io non ho detto che bisogna approfittarsi della debolezza di certe classi sociali (cosa che in Italia, Francia, Germania ecc. comunque avviene). Dico soltanto che la situazione della Foxconn non e davvero esplicativa della realta Cinese, specialmente presentata in un articolo del genere.

Riguardo i suicidi, se hai seguito le vicende, sai bene che succedono perche questi ragazzi VOLONTARIAMENTE accettano di lavorare per ditte che li paga tanto, ma psicologicamente non sono preparati ad affrontare il salto dalle zone rurali a quelle industrializzate.

Il lavoro da 8 o 10 ore, in Cina e una cosa di una naturalezza esagerata. Anzi, quando vengono in Italia si chiedono perche ci lamentiamo sempre che l in Italia va male ma i negozi sono sempre chiusi quando la gente smette di lavorare (dopo le 7.30pm ad esempio) e i commercianti sono cosi indisponenti? Parlo per esperienza.

Sensibilizzare: concordo, ma su cosa? Il 95% dei prodotti che abbiamo in mano e fatto in Asia. Le scarpe, i vestiti, i piatti, i cibi, le auto, i gadgets vari per un mese il Made in Italy soltanto, poi mi dici se ti senti Italiano o Cinese.

Ti garantisco che il potere d di uno stipendio in Cina e paragonabile (se non maggiore) ad uno Italiano.

Infine, non siamo stati noi Italiani la fabbrica a basso costo degli Americani, dei Tedeschi e degli Olandesi per tanti anni? Di nuovo, non voglio giustificare solo dire che certi cicli economici sono uguali dappertutto e si ripetono.

Vedrai tra 10 anni dove sono i Cinesi e dove siamo noi. Prepariamoci.

Siamo macchine da produzione Per quanto riguarda FoxConn, sono almeno quattro i lavoratori deceduti per la contaminazione con l e le lamentele tra gli operai per le condizioni in fabbrica e le pressioni psicologiche sono all del giorno. addestrati per diventare macchine da produzione dichiara una dipendente al blog Shangaiist e veniamo trattati senza rispetto. I rimproveri sono la norma e la nostra autostima è a zero Intanto l dichiara di non aver alcun intento persecutorio nei confronti dei dipendenti. Anche perché l di suicidi potrebbe incidere sull aziendale e forse anche allontanare preziosi committenti. Liu Kan, manager di FoxConn, ha dichiarato prima dell suicidio: livello di azienda, non possiamo averla a male con i nostri dipendenti sul piano personale. E al momento,
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non so proprio quale sarà la causa del prossimo suicidio credo che la scelta del suicidio sia volontaria da queste dichiarazioni sembrerebbe più indotta E il signor Liu Kan dovrebbe riflettere di più ne e capace.